Skyscanner o l’arte di volare low cost

Non è più il tempo delle agenzie turistiche! Come ben sai, oggi hai la possibilità di organizzare i tuoi viaggi direttamente da Pc. Ma la truffa è dietro l’angolo…Oggi ti svelerò trucchi e soluzioni per spendere di meno e divertirti di più.

1)Skyscanner

Esistono numerosi motori di ricerca per cercare voli, ma secondo un’inchiesta Altroconsumo Skyscanner è il più completo e affidabile.

  • Skyscanner non mente sui prezzi dei voli
  • Offre la possibilità di cercare i voli più economici nell’arco di una settimana, un mese, un anno.
  • Con la funzione “ovunque” scopri tutte le possibili destinazioni dall’aeroporto più vicino a casa tua.
  • in caso di mete esotiche e lontane ti do un consiglio: metti nella casella “partenza da” la tua meta di destinazione e come destinazione metti “ovunque”. in questo modo scoprirai quali sono le linee più economiche da e per quel paese.

2) Le compagnie aeree low-cost, pro e contro.

RYANAIR

  • Ha un sito-web terribile, che prova a venderti anche l’anima, bisogna essere esperti per destreggiarsi tra le inutili offerte.
  • Ha i prezzi più bassi.
  • Ha prezzi fluttuanti per non dare punti di riferimento al viaggiatore.
  • Da quest anno ti da la possibilità di portare Gratis un bagaglio a mano grande e una piccola borsa a bordo.
  • Molte delle mete Ryanair sono aeroporti sperduti nelle campagne. Per arrivare in città sei costretto a pagare un servizio-navetta spesso più costoso del biglietto aereo.
  • Ryanair ti bombarda con promozioni d’ogni sorta durante il volo
  • Ha destinazioni in tutta Europa e Nord Africa

   WIZZAIR

  • Ha destinazioni soprattutto nell’Est europeo.
  • I prezzi dei voli crescono gradualmente nel tempo.
  •  Gli aeroporti sono spesso vicini ai centri cittadini.
  • Puoi portare gratis a bordo solo uno zainetto, paghi anche solo il bagaglio a mano grande!

 PEGASUS

  • Ha voli economici principalmente dall’Europa alla Turchia e dalla Turchia ai paesi confinanti del medio oriente e del Caucaso.
  • Bagaglio in stiva gratuito.
  • Voli notturni molto economici.
  • Aeroporti spesso ancora più sperduti di quelli Ryanair.

EASYJET

  • Linee aeree verso gli aeroporti principali delle grandi città europee
  • Prezzi tendenzialmente più alti
  • Servizio migliore

3)Trucchi

  • Controllare sempre i collegamenti da e per gli aeroporti con i mezzi pubblici, sul sito dell’Aeroporto.
  • Prenotare con due o 3 mesi di anticipo, evitando di prenotare nei fine settimana.
  • Avere plasticità mentale cercando aeroporti  in nazioni confinanti a quella che vogliamo visitare (googlemaps può essere un valido alleato).

Successo Smartphone

 

 

E’ da qualche tempo oramai, che mi interrogo sulle cause del successo di quegli aggeggini elettronici che ci ritroviamo nelle tasche. Di solito un prodotto di consumo, invece di cambiare la società, cerca di sfruttarla a suo vantaggio. L’ obiettivo di un bravo esperto marketing è quello di dimostrare che un prodotto ti serve ,che ne avevi bisogno da tantissimo tempo e che la tua vita era scarna ed incolore senza di esso. Insomma, l’oggetto in questione deve parere al consumatore come parte integrante del suo tessuto culturale, vicino a lui in ordine di idee. Lo smartphone, invece, ha in sé un totale e repentino cambiamento della società. Non credo sia mai successo, prima d’ora, che un prodotto di consumo sia riuscito a mutare così in fretta le abitudini di una società. La Tv ci ha messo un buoni trent’anni. Com’è stato possibile?
La questione che mi ponevo era questa: un prodotto deve dare l’impressione di sopperire ad un qualche bisogno. Ora, nello smartphone non riuscivo a trovare alcun elemento di utilità che potesse giustificarne un tale successo nella società antecedente alla sua discesa dal cielo.
Mentre facevo la doccia la risposta mi è giunta.
Lo smartphone è stato il primo prodotto di consumo che è riuscito ad espletare un bisogno impellente della nostra società. Nessun prodotto, infatti, prima di oggi, era riuscito a rendere i rapporti sociali un fenomeno di consumo.
Parliamone un po’.

Prima di oggi il consumo era penetrato fittamente nei rapporti sociali senza però riuscire a stravolgerli completamente, rendendoli anch’essi un prodotto di consumo. Si usciva ( e, malgrado gli ultimi cambiamenti, si esce ancora) a fare shopping. Si andava (e si va) al bar a bere un caffè o una birra. Ci si ubriacava, si cercava di avere rapporti sessuali, si andava tutti in pizzeria o da Mc Donald’s. Ora, nonostante il consumo fosse il mezzo attraverso cui avveniva il rapporto sociale, esso, nella sua sostanza e in massima parte, rimaneva inalterato per i seguenti motivi.

In primo luogo, la corporeità permaneva come base del rapporto: un atteggiamento psicologico annoiato o antisociale non poteva essere mascherato con una faccina sorridente. Ciò implicava che la comunicazione non poteva limitarsi ad una dimensione troppo superficiale. Quando si riesce a mascherare i propri sentimenti e le proprie emozioni e a sviare il rapporto comunicativo dalla propria situazione interiore ecco che avviene l’alienazione da ciò che si comunica. Quando quest’ultima entra in gioco nel rapporto, esso non può che ricadere in una fondamentale superficialità. Ora, fin quando il rapporto continua ad essere dal vivo, un totale mascheramento delle proprie emozioni non è possibile. La nostra corporeità, infatti, è anch’essa un linguaggio, un linguaggio che siamo in grado di controllare solo in minima parte.
Tale aspetto dei rapporti sociali rende difficoltoso l’adattarsi di questi ultimi ad un mero fenomeno di consumo. Questi ultimi infatti, devono essere caratterizzati dalla totale piacevolezza della loro fruizione. Non un ombra di tristezza o di un qualunque altro sentimento che non sia gioia od allegria può toccarli.

Vi è anche un secondo aspetto, più difficile da spiegare a chi non ha fatto esperienze di convivenza durature. Quando si vive tutti assieme o, più in generale, quando si ha un rapporto sociale più duraturo, entra in gioco una problematicità emozionale che non ha paragoni. In un rapporto sociale di consumo, se si prova fastidio a causa di una persona,  si può abbandonare con grandissima facilità il rapporto. Quando si è costretti a vivere con gli altri ciò risulta impossibile. L’uomo moderno ha una difficoltà enorme a ritrovarsi in questa situazione, abituato com’è a ritrovarsi da solo con i suoi prodotti di consumo, che obbediscono con tranquillità e faciltà ai suoi ordini. La solitudine ( intesa, dunque, come mancanza di rapporti sociali dal vivo) risulta essere la dimensione che più si confà al consumatore.
Da ciò deriva un sostanziale contrasto tra consumo e rapporti sociali veritieri e duraturi.

In terza istanza, l’ultima discrasia che individuo tra rapporto sociale e fenomeno di consumo è la durata. Con questo termine non si intende la quantità di tempo spesa in un rapporto. Un rapporto sociale può anche avere una durata limitatissima nel tempo. Si può parlare con un amico anche solo per un cinque ,dieci minuti. Il punto è che per tutti e dieci i minuti della conversazione si deve avere una attenzione continua nei confronti del tuo interlocutore. Risulterebbe alquanto strano se qualcuno, nel bel mezzo di una chiacchierata, si fermasse a guardare uno schermo luminoso. E questo, nel caso accada, può risultare deleterio per la chiacchierata in sé, e da ciò, deleterio per il rapporto di amicizia. A durare, in un rapporto sociale, deve essere la concentrazione. E chiaro che in un fenomeno di consumo questo non avviene. Anzi, proprio in virtù della gratificazione e del piacere che ci si aspetta da un prodotto di consumo, la fruizione di quest’ultimo deve essere limitatissima nel tempo. Da ciò deriva che l’attenzione di un consumatore non può che essere anch’essa parimenti limitata.

 

Da tutte queste motivazioni, deriva, quindi, il sostanziale contrasto tra consumo e rapporti sociali. A supporto di tale tesi vi possono anche essere alcune considerazioni di carattere storico. L’affermarsi del consumo, infatti, porta, nel novecento, ad un individualismo diffuso. Si potrebbe controbattere che tale ideologia nasca secoli prima, con la nascita della borghesia e con la sua presa di consapevolezza del settecento. Ciò è vero, ma, tuttavia, essa si comunica alle grandi masse solo quando il materialismo borghese si trasforma in consumo di massa. Avremo modo di approfondire tale tematica in altra sede.

Vediamo ora come il fenomeno dello smartphone riesca a convertire un rapporto sociale tradizionale in un fenomeno di consumo. Si noti bene, qui non si afferma che lo smartphone è un prodotto di consumo attraverso cui avviene il rapporto sociale. In altre parole, esso non è qui visto come un semplice prodotto che si compra in ordine di avere accesso al rapporto. Sotto questo punto di vista, lo smartphone sarebbe semplicemente equiparato ad un caffè con gli amici. Se vuoi parlare con gli amici, devi comprare il caffè, perché anch’essi lo comprano.
L’esperienza smartphone comporta conseguenze completamente nuove e sconvolgenti rispetto al consumo come semplice mezzo del rapporto. Esso ha sconvolto il rapporto sociale nella sua essenza, rendendolo, appunto, consumo.

 

In primo luogo, è essenziale la possibilità che esso ci offre di comunicazione a distanza. La distanza, in questo, caso, non è solamente spaziale. Il telefono ci permette allo stesso modo una comunicazione a distanza, ma esso conserva delle caratteristiche del rapporto sociale che lo smartphone tralascia (tono della voce, attenzione continua per la conversazione).
Mediante lo smartphone, la persona con cui comunichiamo è totalmente spersonalizzata, di essa non restano che brevi messaggi impressi su di uno schermo luminoso.
Grazie a tale spersonalizzazione è possibile eliminare qualsiasi componente emotiva dal rapporto comunicativo. E’ possibile esprimere una ristrettissima gamma di stati d’animo mediante comunicazione digitale, e la tristezza o la rabbia sono sempre viste in senso ironico.
Questa è una caratteristica essenziale di un buon prodotto di consumo: uno stato emotivo spensierato, privo di un qualunque picco passionale che possa influire negativamente sull’esperienza estatica del consumo. Tale positività, emergente da una costellazione di espressioni sorridenti, rappresenta, tuttavia, solo il terreno fertile per l’esperienza di consumo.
Il consumo vero e proprio, la gratificazione estatica, avviene al momento della ricezione del messaggio da parte del consumatore. Quando ci si accorge che è avvenuta una comunicazione, peraltro da una persona da cui lo desideravamo. Al suono del cellulare o all’ apertura della notifica, una “ piccola scarica di endorfina” viene liberata nel nostro corpo. Ed è così che, ricevuto un breve ma intenso appagamento, lo accantoniamo, richiudiamo l’apparecchio in attesa di un’altra gratificazione.  E’ molto interessante notare che sotto questo aspetto il contenuto della comunicazione passa totalmente in secondo piano. Non è importante cosa si comunichi, l’ importante è che si comunichi. Ciò che davvero importa è lo stabilire un contatto, magari con una persona importante per il proprio universo sociale, piuttosto che dirle davvero qualcosa. Del resto, in un rapporto comunicativo tra consumatori, in cui ciò che conta è la fruizione passiva del prodotto, una qualsiasi forma di creazione di contenuto implicherebbe una parte attiva in esso.

Ad una oggettivazione del rapporto sociale corrisponde, di pari passo, una oggettivazione del partner comunicativo. Se infatti, ciò che conta nei rapporti comunicativi è soltanto il riuscire a porsi ,appunto, in contatto, con una data persona, e ovvio che quest’ultima non risulterà altro che un obiettivo da raggiungere. Peraltro, essa è già, per la natura stessa, già descritta, dei canali comunicativi, totalmente spersonalizzata e privata di emozioni umane.

E’ quasi inutile osservare che la durata dell’attenzione dedicata al rapporto comunicativo è quasi nulla. Una volta ho affermato che le conversazioni digitali sono “infinite”, perché la conversazione non trova, appunto, mai una conclusione, ma essa viene procrastinata indefinitamente. Mi sbagliavo. In un rapporto comunicativo digitale la conversazione è frammentata in una miriade di miniconversazioni. Ogni messaggio costituisce una conversazione a sé, in quanto la gratificazione del rapporto viene espletata immanentemente. Ciò non ha nulla a che vedere con la durata temporale della conversazione. Si può anche dialogare digitalmente per ore intere eppure la conversazione risulta parimenti costituita di mini-nuclei concettuali ed ogni concetto viene espletato con pura superficialità. Durante un dialogo digitale, inoltre, si può distogliere continuamente la concentrazione, cosa totalmente (o ,oramai, parzialmente) impossibile in un dialogo dal vivo. Da ciò, risulta  che l’attenzione posta nel dialogo è totalmente frammentata. Si confà, insomma, totalmente, all’attenzione di cui ha bisogno un fenomeno di consumo.

Spero di aver espresso con necessaria chiarezza e con bastante dovizia di motivazioni la mia associazione tra comunicazione digitale e consumo.

In ultima istanza vorrei dare una interpretazione personale ad un paio di fenomeni osservati negli ultimi tempi alla luce di quanto detto fino ad ora.
Quando il consumo non era riuscito ad appropriarsi ancora dei rapporti comunicativi, questi ultimi non godevano di buona salute all’interno della società moderna. Era l’epoca dell’individualismo. Il consumatore non riusciva a porre nella propria ottica di consumo il rapporto sociale, ed in esso si trovava a disagio. A tutt’oggi è per molti di gran lunga preferibile rimanere a casa con i propri oggetti, piuttosto che uscire a prendersi un caffè con gli amici.

Oggi, invece, gli studi stanno mettendo in luce una “deindividualizzazione” dell’attore sociale. Io ritengo che tale fenomeno è dovuto al miracolo smartphone. Solo esso, infatti, è riuscito a trasporre, finalmente, i rapporti sociali in una dinamica di consumo. Ora il rapporto è di nuovo posto in un ottica comprensibile al consumatore, il quale in esso si trova ormai a suo agio. Ed oramai il comunicare è il prodotto di consumo più in voga della nostra società.
Chissà cosa direbbe oggi chi era convinto assertore della malvagità dell’individualismo.
Sarebbe contento di vedere in che modo esso è stato estirpato?
Lorenzo Villano

Ecco spiegato tutto

Tutti sanno che in paradiso tutto si sa e tutto è visto.

Ciò che è meno noto ai più, invece, è che gli angeli non sanno tutto per innatismo ma anche essi sono tenuti ad informarsi da una fonte più alta. Per farla breve, in paradiso come quiggiù esistono i giornali.
Mentre però i nostri giornali narrano dei fatti avvenuti in passato, i celesti newspaper ( o meglio i novarum rerum folia  come preferiscono chiamarli lissù) trattano dei fatti ancora non accaduti.
Ogni mattina, dunque, l’Altissimo suole tenere una conferenza agli  angeli giornalisti i quali si affrettano a scrivere ciò che viene loro dettato e ad inviarlo alle redazioni dei folia .
Tutti gli angeli sono tenuti a leggere i folia, in quanto in essi vi è scritto cosa accadrà nella giornata.

La nostra storia comincia un bel mattino di primavera in paradiso (la cosa non è che ci dica molto, in quanto lì si è sempre nella bella stagione), poco prima della conferenza mattutina. Ci troviamo nelle Altissime Cucine, dette tali non tanto per la loro grandezza ( di certo considerevole), ma perché destinate ad un Altissimo Utilizzo. Agli Altissimi Fornelli ritroviamo due angioletti freschi freschi, giunti da pochissimo in paradiso. Si chiamano Giovanni e Gennaro, classe 1926,  e provengono dalla Sanità..
Non si sa se sono in paradiso per errore o per Altissima Indulgenza: la loro dipartita è stata causata da “ un piccolo screzio con la polizia napoletana”.
 Fatto ancora più strano, sono stati assegnati alle Altissime Cucine, incarico non da poco, in quanto l’ultima volta che l’Altissimo aveva avuto un po’ di acidità di stomaco, era accaduto il diluvio universale. Da allora Maria ha avuto un bel da fare per organizzare un dieta sana ed equilibrata all’Altissimo.

Nonostante tutte le precauzioni prese,  Giovanni e Gennaro sono ai Fornelli e si trovano nel bel mezzo di un’animata discussione. E’ Giovanni che comincia a parlare, mentre cammina freneticamente avanti e indietro per l’immacolato e marmoreo pavimento delle Altissime Cucine:

“ Genna’, ma tu ei capit’ nient’?? Ei capit aro’ c’ha mannat’ chill ch’e cchiav’?? ”
Gennaro è affianco ai Fornelli, seduto sull’ Altissimo Sgabello a preparare la Pesantissima Peperonata per l’Altissimo
:”No Giua’, i nagg’ capit’ nient’! O saj ca’ nu pparl o’ ngles.  Sacc’ sulamente ca chi s’adda magna’ sta cosa a pprimma matina ten’ nu ddio’e stommc !!”
– “ ma qu’o nglees’! Strunz’: chell’er latin’! c’hann mannat a ppriparà a merenn p’ Dio ‘n pezzon”
-“ Dio s’adda magnà stu cos’? E mo capisc’ pcché o munn va na chiavc’! E mo pcché l’amm appriparà nuje?”
-“ E si o sapess’ to dicess’, sce’. Mmo stonc’ pnzann ca i nun teng pop genj e fa sti ccos mmo mmo: ajer mann accis, e oggi già m’ mettn a faticà! C’ munn nfam! “
-“E’ nfam o ver’, eh?”   risponde Gennaro con aria assente, mentre si accinge a friggere i peperoni.
-“ Genna’, ma nuje n’amm’ penzà a sti’ccos, nuje c’amm addivertì! Già stonc’ penzann a na cos’ rre mij… Genna’, a vir chella buttegli’ e’ vodca? M’ej capit?”
-“ eh?”
-“ Genna’, m’eij capit’??”
-“ No Giua’ , ij nagg’ capit nient’! Ch’re sta vodca? O ssaj ca nu pparl o ngles!”
– “ Ma quo nglees! Strunz’,a vodca ten’ o l’alcoool, o spirit’!”
– “ O spirit’? E nuje ca c’amma fa co spirit’?”
– “ O mmettim’ arint e peperune!”
-“ Int’ e peperune?! Ma c’ esse fa mmal a Ddio?!”
–  “ Ma quo mal’! Chill e na cosa sola, iss e o spirit!”
– “ Giua’ ma sì ssicur?”
-“  Gennà, nun me scassà o fravaj e miett’ sta vodca!”

E’ facile immaginare che con questa battuta finale Giovanni vinse la discussione e ottenne ciò che voleva:  i peperoni  furono imbottiti di vodka. Smisero solo quando la bottiglia fu terminata

In quel mentre, entrò l’Arcangelo Deputato alle Cibarie Divine:
-“Insomma, cos’è tutto questo baccano? Abbiamo una tabella di marcia da rispettare qui! Anche se in paradiso il tempo non esiste, non possiamo mica sprecarlo in questo modo! Suvvia, se avete terminato di preparare il Divino Pasto portatelo nella Altissima Sala da Pranzo!”
I due si scambiarono un’occhiata preoccupata
-“ C’ l’amma purtà nuje?” chiese Giovanni
-“ E chi ce l’adda purtà, soreta?” rispose bruscamente l’Arcangelo, dimostrando l’interculturalità della religione.
 

Un altro rapido scambio di occhiate preoccupate e i due si decisero a muoversi. Scalarono l’Altissimo Sgabello, presero la Pesantissima Peperonata dal Fornello e si recarono nella Altissima Sala da Pranzo.
Giovanni tremava.

Non è che si vedesse molto dell’Altissimo nella Sala da Pranzo: c’era solo questa enorme e lunghissima barba grigia, due imponenti mani che reggevano coltello e forchetta in posizione verticale, nel gesto dell’affamato. Le mani erano poggiate su di un gigantesco tavolone di legno. Il corpo era coperto da una tunica immacolata. Tutto il resto dell’Altissimo era nascosto alla vista dei due: il viso era troppo in alto per essere scorto, nascosto da una coltre di bianche nubi.
Senza che Egli profferisse parola, gli fu posato in tavola il piatto, ed Egli cominciò a mangiare con voracità: nonostante fosse una peperonata come Giovanni e Gennaro non l’avevano mai vista, il piatto andava velocemente a svuotarsi.

-“ par’ ca nu s’accorg’ e nient’ ” bisbigliò speranzoso Gennaro
-“ eh, ma smiett’ e tremmà, ca si no c’ sgaman’; chill’ l’arcangelo ten’ na ddio e cazzimm’!”
effettivamente l’Arcangelo li squadrava insospettito da un po’.
Quando l’Altissimo ebbe terminato il Santo Pasto, si alzò e si diresse alla Sala Conferenze. L’Arcangelo spiegò loro l’importanza di questo momento:   il destino quotidiano dell’umanità vi dipendeva.
Gennaro, tuttavia, non stette ad ascoltarlo troppo: era alquanto preoccupato per l’andamento barcollante dell’Altissimo
-“ Giua’, chist’ c’ car’ ncuoll’!” Giovanni, tuttavia, lo zittì con una dolorosa gomitata all’addome.

La conferenza ebbe inizio.
Silenzio …  Poi Dio cominciò a parlare con quella sua voce cavernosa ed echeggiante che tutti conosciamo bene e poi …  risate!!!!!    Uno scroscio di risate proveniva dalla Sala Conferenze!
Risate?! Che diamine stava succedendo la dentro? Giovanni e Gennaro bloccarono un angelo giornalista e chiesero spiegazioni
-“ Dio sta dando i numeri! Sembra che da oggi a tutti verrà concesso il dono dell’intelletto.. persino alle donne!!”
Dopo un po’ ne venne fuori un altro, anch’esso di fretta
-“ Incredibile! Assurdo! Dio ha decretato che d’ora in poi nelle scuole sarà insegnato qualcosa per davvero! Come se servissero per imparare!”
D’improvviso tutti gli angeli giornalisti lasciarono la Sala: Giovanni e Gennaro furono travolti da una moltitudine festante. L’ultimo che videro fu l’Arcangelo che urlò loro
-“ Guagliù, currit’ a v’ juca’ a bullett’! Staser o’ Bbrasil’ perde sette a uno!!!!!”

Digressione

Cronache turche (parte terza)

Nella nottata tra venerdì 14 e sabato 15 febbraio 2014, il Parlamento turco, a maggioranza Akp (il partito al Governo dal 2003 con il suo leader indiscusso, almeno fino ad ora: Recep Tayyip Erdogan), ha approvato una legge che in effetti fa uscire la Turchia dal solco democratico, negando di fatto lo Stato di diritto. Infatti, la legge, ratificata il 25 dello stesso mese dal Presidente della Repubblica, Abdullah Gul, ha di fatto tolto l’autonomia al Supremo Consiglio dei Giudici e dei Procuratori, l’Hsyk (il nostro Csm), subordinandola alle decisioni dell’esecutivo.

In questo modo ciò che contraddistingue un regime democratico e su cui si fonda un Governo in tal senso orientato, cioè la piena reciproca indipendenza dei tre poteri, il legislativo, l’Esecutivo e  quello giudiziario, verrà a cadere. Non si è trattato comunque di un fulmine a ciel sereno, anche se l’improvvisa accelerazione, impressa da Erdogan alla sua approvazione, ha colto di sorpresa molti osservatori. In effetti, il provvedimento presentato in parlamento già qualche settimana fa era stato”congelato”, per poterlo sottoporre a revisione, soprattutto per le vibranti critiche espresse da Stati Uniti ed Unione Europea. Giova ricordare che con quest’ultima la Turchia sta da tempo vivendo un rapporto a fisarmonica, segnato dal blocco e dalla riapertura dei noti protocolli che una volta affrontati e risolti (chissà quando a questo punto) dovrebbero poter permettere alla Turchia di accedere all’UE. Con gli Stati Uniti i rapporti sono più che decennali e hanno come fondamento storico, tra l’altro, l’inclusione del Paese nel piano Marshall, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale che, per inciso, la Turchia non aveva combattuto, e l’ingresso nella Nato del Paese della Mezzaluna già nel 1952. Ma, ancora una volta, Erdogan non ha voluto sentire ragioni ed è andato diritto per la sua strada. Tra l’altro solo pochi giorni prima il parlamento aveva approvato un’altra legge liberticida, già ratificata da Gul, che permette al governo di chiudere un sito web, in solo quattro ore, e senza l’autorizzazione di un giudice. Se a questo aggiungiamo che, a tutt’oggi, la Turchia è persino davanti all’Iran e alla Corea del Nord in quella tristissima classifica che tiene conto dei giornalisti reclusi , il quadro è davvero sconfortante. Il livello della libertà di espressione è decisamente ben al di sotto di un Paese che si voglia definire civile.

Ma per capire cosa sta realmente accadendo in Turchia dobbiamo fare un passo indietro e allargare il nostro punto di vista, senza il quale è difficile prendere in mano il bandolo della matassa.

Come detto all’inizio l’Akp, Partito della Giustizia e Sviluppo, a guida Erdogan, è ininterrottamente al potere dal 2003. Le ultime elezioni, tenutesi nel 2011, hanno confermato ancora una volta il suo dominio (un elettore su due ha votato l’Akp), ma non gli hanno dato quella maggioranza assoluta in parlamento, auspicata da Erdogan, per poter fare autonomamente quelle riforme costituzionali di cui il Paese ha bisogno. E’ questo è stato un bene per la “salute” della vita politica turca. Comunque il lusinghiero risultato ottenuto si spiega con una lunga fase di crescita economica, finanziaria e del Paese in generale che ha portato, in pochi anni, la Turchia sulla scena della ribalta internazionale. Ciò che, tra l’altro, ha permesso all’Islam politico di prendere il potere e conservarlo così a lungo, nella repubblica fondata da Mustafa Kemal Ataturk, dove i militari sono stati sempre i garanti della visione laica promossa dal loro fondatore, è stata un’alleanza di ferro tra due tra le principali anime dell’islam sunnita presente in Turchia, entrambe di scuola giuridica hanafita, che ha permesso prima la conquista del potere, e poi il rafforzamento dello stesso attraverso una marginalizzazione sempre più marcata dei militari, anche e soprattutto, nella maggior parte dei casi, attraverso discutibili, se non fasulle, indagini e processi portati avanti, nel totale spregio della verità oggettiva, contro i più alti vertici delle Forze Armate. Mi riferisco alle indagini e ai processi legati alla presunta organizzazione clandestina “Ergenekon” e al “Piano Martello”.Bene, questa alleanza da qualche tempo sta scricchiolando paurosamente, e la Turchia sta vivendo una lotta intestina al massimo livello della struttura dello Stato per cui, attacchi e contrattacchi, dagli esiti destabilizzanti si susseguono in continuazione. E’ una guerra piena di tremendi colpi bassi, poiché i “due” contendenti conoscono benissimo l’uno gli “scheletri nell’armadio” dell’altro. E con “sapiente” tempestività ognuno gioca le proprie carte, incuranti entrambi dei paurosi scivoloni che la Turchia tutta sta vivendo, a partire dal deprezzamento della Lira turca che è scesa al suo minimo storico, dalle perdite nella borsa di Istanbul e dalla fuga del capitale straniero, per finire alla restrizione dello Stato di diritto con la negazione, sempre più marcata, delle sue libertà fondamentali. Ma chi sono i due contendenti? Da un lato abbiamo il padre padrone dell’Akp, circondato dai circoli di potere e di consenso che lo supportano, e dall’altro il potentissimo movimento Hizmet (il servizio) definito da Erdogan come uno“Stato parallelo”, che fa capo a Muhammed Fethullah Gülen, che da circa quindici anni vive negli Stati Uniti, e che conta milioni di seguaci in Turchia e moltissimi nei Paesi turcofoni, ma non solo. Erdogan fa riferimento alla tradizione dell’islam politico del Milli Gorus (visione nazionale), mentre Gulen inserisce il suo agire nel solco tracciato dallo studioso islamico Said Nursi (1878-1960), che basava il proprio essere islamico sulla fede e sulla moralità, piuttosto che sull’articolazione politica. Ulteriore elemento caratterizzante il pensiero gulenista è che al suo interno la rivelazione islamica e il pensiero scientifico razionale di matrice illuminista trovano un modus vivendi alquanto originale e non conflittuale, dove i contenuti culturali altri rispetto alla tradizione arabo islamica non sono fatti propri acriticamente. Siamo in presenza di un tentativo di modernizzare l’islam. Per tutti questi motivi il movimento ha, come suo campo d’azione privilegiato, il settore educativo. E’ altresì  fortemente presente nella magistratura (senza dubbio è stato rilevante, nei processi contro i militari, l’azione dei suoi affiliati nel sistema giudiziario), nella polizia e nei media. Si fa paladino di un islam democratico e tollerante, che dialoga con le altre religioni (Gulen è stato ricevuto anche da Papa Giovanni Paolo II), e che pertanto è un naturale argine per il fondamentalismo. Tornando al conflitto in corso tra i due gruppi, bisogna constatare che i due schieramenti hanno una visione opposta del problema curdo, per cui il nuovo approccio (nella direzione di una certa soluzione della decennale tragedia, anche dialogando con il PKK, partito curdo che, guidato dal suo leader Ocalan, da decenni è impegnato in una lotta armata contro lo Stato turco) inaugurato da Erdogan, da Davutoglu (ministro degli esteri) e dal governo in carica, non è stato ben vista da Gulen e dal suo movimento. Come pure differente è l’atteggiamento dei due contendenti nei confronti di Israele per l’”incidente” della Mavi Marmara flotilla. Erdogan a muso duro e Gulen conciliante. Ancora diverso è il giudizio dato sulla questione del Gezy park di Istanbul e degli scontri di giugno/luglio scorsi. Ad un Erdogan intollerante, fortemente repressivo e totalmente incapace di aprirsi alle ragioni dei manifestanti, si opponeva un Gulen che si esprimeva con toni opposti. Un’accelerazione si è avuta nel novembre del 2013 quando Erdogan e company hanno pianificato di chiudere le scuole private, un quarto delle quali rette da Hizmet, che preparano gli studenti delle superiori agli esami di accesso all’università. Hizmet si è sentita attaccata frontalmente nel suo esistere perché, se da un lato attraverso queste scuole arrivano importanti risorse finanziarie, dall’altro è anche un’occasione privilegiata per reclutare nuovi adepti nella futura intellighenzia turca. La risposta, devastante per l’establishment, non si è fatta attendere, ed il 17 dicembre è partita un’inchiesta per corruzione e tangenti dai risvolti destabilizzanti per aver coinvolto tre figli di altrettanti ministri, uomini d’affari e anche funzionari, al massimo livello, della Halkbank, la banca nazionale turca. Nel giro di qualche settimana Erdogan ha effettuato un mega rimpasto di governo cambiando ben dieci ministri. Da allora il Governo ha rimosso migliaia (circa settemila) dirigenti e funzionari della pubblica sicurezza e circa duecento magistrati, tra cui alcuni titolari delle inchieste per corruzione. In risposta sono state rese pubbliche intercettazioni di telefonate in cui Erdogan fa pesanti pressioni sui media per orientarli secondo la sua volontà. E, ancora più preoccupante, il pronunciamento sibillino di un noto imam (Karaman) vicino all’Akp, per cui l’incoraggiamento da parte del governo, nei riguardi di uomini di affari che hanno fatto affari con lo Stato, a fare, “a certe condizioni”, “donazioni” a  “specifiche fondazioni caritative”,non è illecito! Una di queste fondazioni sembra essere la Turgev, diretta dal figlio di Erdogan. In questo “gioco” al massacro è del 25 febbraio la “pubblicazione” su youtube di un’intercettazione telefonica dove Erdogan in persona avrebbe chiesto al figlio di far sparire diversi milioni di euro. Se confermata sarebbe la prova del coinvolgimento diretto del premier negli scandali relativi alla corruzione. Come andrà a finire? E’ difficile dirlo, ma qualche considerazione, più in generale, va fatta anche tenendo conto che durante quest’anno ci saranno importanti consultazioni elettorali, tra cui quella per il rinnovo della carica presidenziale, e che la situazione internazionale, in particolare per i temi più prossimi agli interessi del Paese della Mezzaluna, continua a snodarsi su crinali estremamente incerti e pericolosi. Al momento il vero sconfitto è l’islam politico, o per essere più precisi, l’agire dei musulmani una volta che hanno conquistato il potere. Ciò che emerge è una visione immatura della democrazia, dove i valori che la caratterizzano non sono posti al primo posto. Invece sono gli interessi personali, di partito, dell’associazione di riferimento, del clan di appartenenza che prendono il sopravvento e alterano e deturpano l’intero scenario. Manca ancora una cultura politica del governare che tenga conto delle profonde istanze di una democrazia liberale. Tornando, in conclusione, ai due “duellanti”: da un lato non si è democratici solo perché si arriva al potere attraverso il voto democratico, e nel governare non si tiene conto delle istanze delle minoranze e di chi al Governo non c’è. Una volta al potere si governa per tutti e non solo per il proprio serbatoio elettorale; dall’altro: non si è democratici se si possono controllare interi apparati dello Stato pur non governando. In quel caso l’accusa di aver creato uno Stato parallelo può avere qualche fondamento.

 

Cronache turche (parte seconda)

Di Francesco Villano

Il 29 marzo 2009, in Turchia, si sono tenute le elezioni amministrative, il cui esito  è stato favorevole all’AKP, il Partito Della Giustizia e dello Sviluppo, di ispirazione islamica moderata che governa il Paese dal 2002. Anche se vittoriosi, i dirigenti del partito con in primis il capo del governo Recep Tayyip Erdogan, hanno seri motivi per non essere soddisfatti. Infatti per la prima volta, dalle elezioni del 2002, devono registrare un netto regresso nel consenso raccolto dagli elettori. Qualche dato: nelle precedenti elezioni amministrative del 2004 l’AKP aveva raccolto il 42% dei consensi, e addirittura il 47% alle politiche del 2007; questa volta invece ci si è fermati al 39% (la stessa percentuale che raccolgono insieme i due principali partiti di opposizione: il socialdemocratico CHP con il 23% e l’ultra nazionalista MHP con il 16%). Un notevole scacco per una leadership che sperava di incrementare ulteriormente il lusinghiero 47% di due anni fa. Certo si può obiettare che le elezioni amministrative non sono la stessa cosa di quelle politiche, ma è indubbio che qualcosa è andato storto nel rapporto con l’elettorato tanto che già si parla di un sostanzioso rimpasto nella formazione governativa. Per capirne le cause bisogna fare qualche passo indietro nel tempo e analizzare ciò che è accaduto in Turchia a partire dal 30 luglio 2008, quando la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità o meno dell’Akp; se in altre parole l’Akp avesse o meno violato la fondante laicità costituzionale dello Stato turco. Degli undici membri della Corte sei votarono contro mentre gli altri cinque a favore. Essendo richiesto il consenso di almeno sette dei votanti per esprimere un verdetto di condanna, l’Akp e con esso la Turchia tutta si salvarono, per il rotto della cuffia, da un traumatico scioglimento il primo e da un quasi inevitabile clima da guerra civile la seconda. L’unica ma pur sempre significativa sanzione fu quella di ridurre del 50% i finanziamenti del Tesoro all’Akp.  Ma come  si era giunti a quel punto? Alle elezioni politiche del 2007 l’Akp guidato da Recep Tayyp Erdogan, che poi era diventato primo ministro, aveva ottenuto il 47% dei voti ed i due terzi dei seggi in parlamento. Dopo alcune settimane era riuscito ad occupare, con Abdullah Gul, anche la presidenza della repubblica. Questi due avvenimenti avevano  grandemente allarmato la Turchia dei laici e dei potentissimi militari che da sempre hanno tutelato la Turchia dalle possibili derive anti-costituzionali. Ricordiamo che il principio fondante dello Stato turco è la laicità che prevede, tra l’altro, il totale controllo della sfera religiosa da parte dello Stato. L’Akp, con la vittoria elettorale, si riconfermava alla guida del Paese ma la grande novità risiedeva nel vasto consenso popolare ottenuto. Ed è da qui che ha preso l’avvio una fase delicatissima per gli equilibri del Paese. Infatti l’Akp, sentendosi da un lato con le spalle forti per il grande successo elettorale e volendo dall’altro dare espressione ad alcune richieste della base, è incorso in un autogol quando ha cercato, nel febbraio dello stesso anno, di far passare un emendamento costituzionale che eliminava il divieto di indossare il velo  negli uffici pubblici, a iniziare dalle università. L’emendamento è stato poi ritirato ma, per l’articolo 4 della Costituzione, già proporre delle modifiche costituzionali su tali temi costituisce una violazione della carta fondamentale, per cui il Procuratore capo della suprema corte di appello turca ha accusato l’Akp di iniziative anti-laiche; ha richiesto pertanto lo scioglimento del partito e l’interdizione da qualsiasi carica pubblica per cinque anni per Erdogan, Gul e altri sessantanove membri del partito. Su questo si è dovuta pronunciare la Corte Costituzionale, che con grande saggezza ed equilibrio ha evitato al Paese un salto nel vuoto dagli imprevedibili esiti, tenendo conto da un lato sia delle esigenze costituzionali che dei chiari risultati delle elezioni, dall’altro sia dei notevoli ed incontestabili progressi economici fatti dal paese con l’Akp al potere sia dell’attenzione internazionale, in particolare in sede UE, con cui si è attesa la sentenza.  Lo scampato  pericolo avrebbe dovuto portare consiglio alla dirigenza dell’AKP; avrebbe dovuto far capire che prudenza, moderazione, equilibrio e rispetto pieno delle regole democratiche sono ingredienti necessari e fondamentali per governare, e non qualcosa di cui si può tener conto a proprio piacimento.   Alcune vicende successive, interne ed internazionali, hanno evidenziato quanto appena detto;iniziamo dalle prime. Nel settembre del 2008, i quotidiani (Hurriyet, Milliyet,etc…) controllati da Aydin Dogan, maggiore editore del paese, hanno denunciato una vicenda di finanziamenti illeciti che prende l’avvio in Germania dall’attività di una società benefica turca: la Deniz Feneri (faro del mare), accusata di aver dirottato buona parte della consistente cifra raccolta (in Germina, Austria, Olanda e Turchia), presso un alto funzionario dell’AKP per finanziare un canale televisivo islamico e l’islam politico in generale. Qualche ipotesi più azzardata arrischia, per una parte della cifra, anche un finanziamento di Hamas. Il tutto fa crollare l’Akp, di ben 15 punti, nei sondaggi.La reazione di Erdogan è esplosiva. Accusa pubblicamente Aydin Dogan di avergli messo contro tutti i principali media del Paese per screditarlo; respinge le accuse di corruzione al suo partito e contrattacca affermando che quella dell’editore è una ritorsione per non aver ottenuto la concessione per edificare un terreno tutelato dal vincolo ambientale.  Dogan replica difendendo il suo operato e accusando il premier di volere limitare la libertà di stampa. A questo punto Erdogan tracima e, nel corso di una cena, dimenticandosi di essere il Primo Ministro di uno stato democratico, arriva ad invitare i dirigenti e militanti del proprio partito a boicottare le pubblicazioni del Dogan Group: «A voi, membri del partito Akp, dico che dovreste cominciare la vostra personale campagna contro i media che pubblicano falsità non facendoli entrare nelle vostre case. Non comprateli». Agli osservatori dell’Ue questa “poco” democratica esternazione non sarà di certo piaciuta! La querelle continua, con toni e azioni sempre più aspre, quando, in seguito, la magistratura tedesca invia ai colleghi turchi i fascicoli processuali sì che anch’essi possano indagare sul loro contenuto. A quel punto il governo attacca il Dogan Group attraverso una notifica, da parte del Tesoro, di una maxi-multa da mezzo miliardo di dollari a causa di  un presunto illecito fatto relativamente ad una cessione di quote effettuata nel 2006 al gruppo tedesco Axel Springer. Il Dogan Group parla di attentato alla libertà di stampa, ma il premier dice di non esserne al corrente. A questo punto interviene il capo della procura di Ankara che conferma l’arrivo del fascicolo presso il suo ufficio e assicura che il tutto verrà tradotto entro marzo per procedere con le indagini, affermando: “La magistratura farà tutto quello che c’è da fare”. Magistratura che dovrà anche affrontare l’inquietante vicenda che fa capo all’organizzazione estremo nazionalista-affaristica denominata Ergenekon, ritenuta responsabile di tutto un insieme di azioni delittuose, tra cui l’uccisione del giornalista armeno Hrant Dink, atte a destabilizzare la struttura democratica del Paese. In altro ambito, quello scientifico, durante il mese di marzo dell’anno in corso, si è registrata una nuova dura polemica. Cigdem Atakuman, la direttrice della principale rivista scientifica turca, Scienza e Tecnica, pubblicata dal Tubitak (Consiglio di Scienza e Ricerca turco), è stata licenziata in tronco da Omar Cebeci, vicepresidente del Tubitak, per aver messo in copertina nell’ultimo numero della rivista una foto di Charles Darwin e all’interno un servizio di 16 pagine sulle teorie evoluzioniste.La ragione addotta era che l’articolo era stato preparato in tempi troppo brevi (un solo week end), e che quindi potesse non essere stato fatto al meglio! Il tutto èstato poi sostituito con un articolo sui cambiamenti climatici. Immediata la protesta di numerosi scienziati turchi che, in un comunicato, avevano detto di “star vivendo uno degli eventi più vergognosi”della storia del Paese. Comunque questa faccenda, pur evidenziando, anche tra gli studiosi, la costante contrapposizione tra islamici e laici, si è chiusa rapidamente con il reintegro della direttrice. Altro fattore, il più importante di tutti, che sta a monte del risultato elettorale del 29 marzo scorso, è stato quello di aver sottovalutato il tipo di impatto che la crisi economica mondiale potesse avere sulla situazione economica del Paese. In effetti, a fronte di dichiarazioni ottimistiche che parlavano di una sostanziale tenuta economica (saremo il Paese che ne risentirà di meno; la crisi ci sfiorerà), vi è stata, in realtà, una decrescita del 6.25 in questo primo quarto del 2009. Ovviamente le conseguenze sul piano occupazionale sono state molto rilevanti ed il governo centrale non ha saputo reagire con misure adeguate; tra l’altro, non avendo offerto adeguate garanzie al F.M.I. che era disposto a concedere nuovi prestiti, si è di fatto privato il Paese dell’”ossigeno “ di cui necessitava. Si è anche supposto che il governo avesse sperato, in vano, di ottenere un aiuto finanziario dal mondo arabo. Tutto ciò ha generato un gran malcontento che ha trovato puntuale conferma nell’esito delle urne, che tra l’altro è stato funestato da gravi  incidenti che hanno causato sei morti e un centinaio di feriti. Le vicende internazionali. Anche in  questo ambito il Primo Ministro ed il Governo da lui presieduto hanno avuto dei comportamenti che in più di un’occasione hanno polarizzato le divisioni “fisiologiche” del Paese e creato sconcerto all’esterno. Evento scatenante è stata l’operazione “piombo fuso” a Gaza. La “guerra” di Israele contro Hamas non è proprio scesa giù a Erdogan. Vari fattori hanno orientato i comportamenti del Primo ministro: 1) alcuni commentatori ritengono che la sua “simpatia” per Hamas sia da rintracciare nella apparente medesima vicenda politica vissuta sia da Hamas nel 2006 che dall’AKP nel 2002: un partito che ottiene  regolarmente una vittoria elettorale ma al quale, in seguito, si fa di tutto per non riconoscergliela. 2) il fatto che Hamas sia un partito islamico, sì fondamentalista, ma in ogni caso orientato religiosamente come l’AKP. 3) La costante apertura e attenzione ad est dell’attuale politica estera turca. In effetti se da un lato c’è la riscoperta delle proprie radici ottomane, con conseguente attenzione a tutti i paesi islamici dell’area, dalla Siria all’Iran, dall’altro c’è l’apertura a tutti quei Paesi centro asiatici che, islamici o meno, le sono etnicamente affini. L’immediata conseguenza di questi sviluppi è il ruolo di autorevole mediatore che la Turchia si sta sempre più ritagliando nelle varie crisi che caratterizzano questa ampia regione, anche se, nel mondo arabo, deve fare i conti con il tradizionale ruolo geopolitico svolto dall’Egitto. E Israele? Dalla fondazione dello stato degli Ebrei i rapporti tra la laica Turchia e Israele sono sempre stati buoni, soprattutto in ambito militare. Altro fattore che li accomuna e che li distingue dagli altri Paesi del Medio Oriente è che  sono gli unici ad essere industrializzati. Tutto questo fino all’incontro di Davos (forum economico mondiale) di inizio febbraio dove Erdogan, ad un incontro con il presidente israeliano Shimon Peres e prendendo a pretesto un diritto di replica che non gli era stato concesso (secondo lui) dal moderatore, ha inveito in maniera inaccettabile e inqualificabile contro il Presidente israeliano per la vicenda di Gaza e lo ha anche qualificato:”come qualcuno che sa bene come uccidere la gente”. Dopo di che ha abbandonato non solo la sala ma la stessa Davos. Acclamato da una osannante folla di sostenitori al suo rientro in patria oltre che da tutto il mondo arabo, da Hamas all’Iran, ha al contrario lasciato esterrefatto tutto il mondo occidentale, che ha iniziato ad interrogarsi seriamente sulle conseguenze di un tale inaccettabile esternazione. Le reazioni più pungenti le ha ricevute, come era logico, dalla libera stampa laica del suo Paese, Hurriyet in testa. Perché l’ha fatto? Quale il suo scopo? Solo le intemperanze di un carattere collerico? Yusuf Kanli, uno dei più apprezzati editorialisti dell’Hurriyet, ha anche ipotizzato che sia stata tutta una messa in scena per favorire in un modo o nell’altro il leader turco, basando ciò sia sulla tiepida reazione di un uomo dello spessore di Shamir, sia su alcune affermazioni contenute in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Jerusalem Post a firma di Herb Keinon, affermato opinionista, che potevano far pensare ad una tale eventualità. In ogni caso quella che poteva essere la scintilla di un’ulteriore forte dinamica destabilizzante per tutto il Medio Oriente è stata rapidamente spenta, anche se l’emergere di nuovi protagonisti sulla scena, dopo le elezioni politiche in Israele, apre degli scenari per niente tranquillizzanti. L’analisi dei fatti più rilevanti della politica turca dell’ultimo anno sarebbe incompleta se non si prestasse attenzione alle stato delle trattative per l’ammissione della Turchia nell’U.E. Concreti passi in tal senso, dalla Turchia, sono stati fatti. Rimane ancora non risolto il nodo del “genocidio”degli armeni, ma si stanno per normalizzare i rapporti tra lo Stato turco e quello armeno. Anche sul fronte curdo si stanno facendo dei passi avanti: in una recente visita in Iraq, il Presidente Gul ha riconosciuto ufficialmente l’autonoma provincia curda dell’Iraq; in cambio di tale riconoscimento si aspetta un sostegno nella lotta al PKK, con il quale è impegnato da anni in una sanguinosa lotta armata e che ha basi nel Kurdistan iracheno. Anche il problema Cipro è all’ordine del giorno dell’agenda governativa. Molto altro resta da fare, in particolare nell’ambito dei diritti civili; c’è in effetti bisogno di un insieme di condivise riforme costituzionali, che il governo sembra intenzionato a fare. In conclusione ci sembra opportuno formulare due interrogativi. Il primo: la Storia, quella con la esse maiuscola,  ha posto gli attuali governanti turchi di fronte a una complessità di problematiche geopolitiche e geostrategiche che, se adeguatamente risolte, permetteranno alla Turchia di diventare al massimo grado ciò che già è: l’imprescindibile e insostituibile centro di raccordo delle molteplici  relazioni  tra l’Occidente e l’Oriente; saranno in grado i leaders del Paese di gestire una tale situazione? Il secondo: ma l’UE ha la reale intenzione di annettere la Turchia? Ha capito fino in fondo che i vantaggi di una tale adesione saranno di gran lunga maggiori rispetto alle problematiche, anche forti, che inevitabilmente si presenteranno? Cosa si vuole? Che la Turchia, rifiutata da parte dell’Occidente europeo, volga il suo sguardo totalmente ad est? Che al di là del suo ruolo geostrategico filo-occidentale, conformi il suo essere come Paese a criteri non occidentali? Sembra che, oltre l’Italia, la Spagna e la Gran Bretagna, solo gli Stati Uniti di Obama abbiamo capito fino in fondo la reale natura della partita che si sta giocando, come si evince chiaramente dal discorso tenuto il 5 aprile nel  parlamento di Ankara; mentre Francia e Germania sembra che  non riescano a guardare più in là del loro orticello.

Cronache Turche (parte prima)

Di Francesco Villano

Con le elezioni politiche del 3 novembre 2002 si afferma la forza politica islamico moderata fondata da Recep Tayyip Erdogan: Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (A.K.P.). E’ un vero radicale cambiamento che sarà confermato con l’eccezionale vittoria alle successive politiche del 2007. Ma per comprendere questi ultimi esiti è fondamentale focalizzare l’attenzione su come era mutato nel corso del tempo il rapporto tra islam e repubblica turca.Nel 1956 l’insegnamento religioso era stato reintrodotto nella scuola secondaria. I gruppi islamici (confraternite, movimenti ecc.) giocarono sia la carta politica delle destre, per ‘reislamizzare’ lo Stato, sia quella della cultura per occupare posti chiave nei Ministeri (dell’Interno e dell’Educazione) e diffondere il messaggio islamico attraverso i media. Nel 1971, imam, qadi, muftì ecc. diventano ‘funzionari di Stato’. Nel 1976, la Turchia aderisce all’O.C.I. (Organizzazione della Conferenza Islamica), di fatto un ritorno ufficiale nella Umma (Comunità dei credenti) islamica. L’islam riacquista forza e potenza, e la politica ne deve necessariamente tenere conto. La Costituzione del 17 novembre 1982, art. 14, rende obbligatorio l’insegnamento islamico in tutte le scuole primarie e secondarie. Nel 1983, viene fondato il Refah (Partito della Prosperità) di Necmettin Erbakan, che sale al governo nel 1996. Erbakan intraprende la reislamizzazione dell’amministrazione. Ma nel 1997, la pressione dei militari (un colpo di stato”soft”) e la Corte Costituzionale sciolgono il Refah per attività antilaiche. Da una scissione del Refah nascerà (2001), ad opera di Erdogan e Gul, un’altra formazione politica: l’AKP, liberale in economia, conservatore moderato in politica interna e orientato all’ingresso nell’Unione Europea. E’ opportuno ricordare che l’islam politico turco moderato ha avuto un legame costitutivo con un maestro sufi, loshaykh  Mehmet Zahid Kotku (1897-1980) della moschea İskanderpaşa di Istanbul, affiliata ad uno dei rami della Naqshbandiya, a sua volta la maggiore confraternita  sufi mondiale. Fra i suoi allievi, seguaci di un’interpretazione dell’islam come elemento di modernizzazione soprattutto economica spiccano tre primi ministri: Turgut Özal, Necmettin Erbakan, che poi si è allontanato dalla confraternita per adottare posizioni rigidamente fondamentaliste, ed Erdoğan. L’AKP si è posto in un’ottica di integrazione e non di rottura con il passato. Fondamentale, in questo senso, è il processo di re-interpretazione dell’opera di Atatürk; infatti tra le novità della svolta che Erdoğan ha impresso all’islam politico turco dopo l’11 settembre 2001 vi è anche il tentativo di recuperare in una sintesi nazionale elementi dell’eredità di Atatürk, distinguendo fra giacobinismo e secolarismo, e tra “kemalismo” ed “atatürkismo”. Erdoğan sostiene che il secolarismo è accettabile come mezzo per portare la Turchia verso la modernità e l’Europa, ma non lo è in quanto un fine in sé, e questa sarebbe la visione del giacobinismo. Quindi una Turchia che, nel suo orizzonte politico, recupera l’islam ma che, allo stesso tempo, accoglie l’eredità kemalista scevra della sua radicalità.

Storia del Libano

ImmagineTempio di Bacco, Baalbek, Libano 150 D.C.

Di Francesco Villano

 

Dalle origini all’avvento dell’Islam

 

Una storia del Libano, come suggeriscono i teologici Scognamiglio e Naaman nel loro bel  lavoro: “Il Sogno del Libano, Unità e diversità per la pace e la giustizia”(Napoli,2005) non può iniziare se non partendo dalla mitologia, che ci illumina sulla vocazione profonda di questa terra. A Majdel, in provincia di Byblos, c’è una  grotta collegata al mito di Adonis, una leggenda siriana. Il re di Siria, Teia, aveva una figlia, Mirra, che spinta da Afrodite desiderò unirsi al padre in un rapporto incestuoso. Dopo undici notti Teia s’accorse dell’inganno della figlia e la inseguì per ucciderla. Mirra si mise sotto la protezione degli dèi, che la aiutarono trasformandola in un albero della mirra. Dieci mesi dopo, la corteccia dell’albero si aprì e ne uscì un bambino, che fu chiamato Adone. Afrodite, colpita dalla bellezza del neonato lo affidò segretamente a Persefone, perché lo allevasse. Ma anche Persefone fu conquistata dal bambino, e non volle restituirlo ad Afrodite. A questo punto fu necessario l’intervento di un arbitro esterno per dipanare la questione. Zeus o Calliope in sua vece presero la decisione di affidare Adone per un terzo dell’anno ad Afrodite, per un altro terzo a Persefone e per l’ultimo terzo si decise di lasciare completamente libero Adone di scegliere da solo dove vivere. Adone scelse di passare sempre due terzi dell’anno con Afrodite, e uno solo con Persefone. In seguito la collera di Artemide spinse un cinghiale ad attaccarlo e, durante una partita di caccia , quest’ultimo uccise Adone. A Byblos passava un fiume, chiamato l’Adone – Afqah, oggi chiamato Nahr Ibrahim –, che ogni anno prendeva una coloritura rossa il giorno in cui si celebrava la morte d’Adone. È chiara l’origine semitica di questa leggenda, visto che il nome Adone (in greco Adonis) riproduce l’ebraico Adonai (Signore). Il Libano, quindi, è la terra di Adone, o meglio, di Adonai. Lì il Signore ha riposto il suo sogno di pace. In uno degli hadith del profeta dell’islam, Maometto, si cita il Libano come “uno degli otto monti che porteranno il trono il giorno del giudizio”, mentre in un altro si riferisce alla salita effettuata da Ibrahim (Abramo) sul Libano e le parole da lui udite «Guarda, tutto quello che vedono i tuoi occhi è santo».

Il Libano si estende sulla sponda orientale del Mediterraneo ed è attraversato da nord a sud da una catena montuosa che delimita, a ovest, una stretta fascia costiera: regione in cui è maggiore la densità di popolazione e dove sono sorte le città principali (Tiro, Sidone, Byblos…) ricche di storie, di tradizioni culturali e di miti. Il Libano è stato la terra degli antichi Fenici, cultori del mito di Tammouz (che corrisponde al mito greco di Adone, identificato in Egitto con il dio Osiride) e di Ishtar (dea dell’amore e della fecondità). L’attuale Libano è il frutto dell’incontro tra diverse civiltà orientali e di molteplici e antiche tradizioni religiose, giunte fin lì al seguito dei vari dominatori che si sono succeduti nel corso del tempo: egiziani, aramei, cananei, assiri, babilonesi, turchi ed anche europei (inglesi e francesi).

Dal 3000 a.C. al 1946 d.C. (anno dell’indipendenza del Libano ) si sono susseguite in territorio siro-libanese innumerevoli etnie che hanno modellato (in senso culturale, politico, economico e religioso) tale ambiente; dalla corrente migratoria di semiti di lingua accadica (3000 a.C.) agli hittiti (1620 a.C.); dall’occupazione egiziana del faraone Tutmosis III (1480 a.C.) ai popoli del Mare che, dalle isole Egee e dall’Asia Minore, scesero sulla costa mediterranea di Canaan, anche se poi sconfitti dal faraone Ramesse III (1168 a.C). In seguito si ebbe l’impero assiro con Tiglat-Pilezer I, e il suo declino con l’incursione babilonese in territorio siriano (626-605 a.C.); poi ancora il dominio del re persiano Ciro (559 a.C.), la conquista di tutta l’Asia Anteriore di Alessandro Magno (336-325 a.C.), l’occupazione romana con Pompeo (64 a.C.), il ritorno del potere persiano a opera del re Sapore I (260 d.C.) e di quello romano (395 d.C.). Con la decadenza dell’impero romano si riattivarono nuovi “appetiti”, sia bizantini che persiani, ma l’arrivo del Califfo Omar impose un nuovo ordine in tutta l’area.

 

Tra arabi e turchi

La dinastia arabo-islamica degli Omayyadi regnò a Damasco dal 661 al 750 d.C.; in seguito il potere fu preso dai califfi Abbassidi che spostarono la capitale a Baghdad (750-969 d.C). Nella parte più settentrionale del Libano, gli arabi ricevettero le prime sconfitte e, alla tolleranza dei primi califfi arabi, si sostituì l’intransigenza dei turchi, che, arruolati nell’esercito abbasside, divennero i veri detentori del potere, detronizzando a loro piacere i califfi e perseguitando ogni gruppo che non si richiamava all’islam sunnita. Il Libano fu sconvolto da continue lotte e nel 969 i Fatimidi d’Egitto (dinastia sciita ismailita), instaurarono un califfato in contrapposizione a quello abbasside e riuscirono a conquistare la Siria meridionale e la Palestina. Dal 1075, e per i successivi venti anni, si impongono in Libano i turchi selgiuchidi. Poi, in seguito, arrivarono i crociati che occuparono l’area per circa un secolo, fino a quando non furono sconfitti dalla controffensiva musulmana. Il 1516 segna la data dell’annessione della Siria e della Palestina ai turchi ottomani; da questo momento il Libano, soggiogato dai turchi, sarà diviso in feudi dominati da varie famiglie: Assaf, Saifa, Chehab. In effetti l’impero ottomano riuscì, in circa un secolo, a porre sotto la sua sfera di influenza quasi tutto il mondo arabo; e per i successivi quattro secoli  la situazione rimase immutata. Nel 1500 il Libano è tra i principali centri di resistenza al dominio della  “Sublime Porta”. L’esercito del sultano Selim I entrò in  Libano nel 1516, ma l’amministrazione della regione fu affidata all’emiro Fakhr ed-Dìn I (1516-1544), che fu in seguito ucciso dal pascià di Damasco a causa del tentativo fatto di non pagare il tributo. Con l’avvento dell’emiro Fakhr ed-Dìn II, accorto uomo d’affari e fine diplomatico, le cose migliorarono, ma l’esito negativo della rivolta contro i turchi del 1613 lo costrinse a riparare in Italia. Facardino il Grande si contraddistinse per la sua politica indipendentista, tesa all’unificazione e alla piena sovranità dell’intero territorio libanese.; tra l’altro è suo il  merito della rinascita artistica di Beirut e Sidone. Ritornato in Libano dall’esilio europeo, ottenne ancora dei successi che però si rivelarono ben presto effimeri, poiché con l’arrivo al potere del sultano Murad IV, fautore di una implacabile azione militare nei confronti del territorio siro-libanese, il Facardino non ebbe più scampo e la sua parabola terrena si concluse ad Istanbul, dove fu decapitato, il 13 aprile del 1635. Dopo la sua morte i turchi dovettero fronteggiare ulteriori rivolte, ma solo nel 1711 il Libano riuscì ad ottenere una certa autonomia politica ed economica. La guerra russo-turca (1768-1774) offrì ai paesi arabi l’occasione di emanciparsi dal potere turco; per motivi geopolitici le potenze europee erano  favorevoli ai movimenti di liberazione dei paesi arabi e dei Balcani; così, nel 1769, Ali-bey el-Kabir, governatore dell’Egitto, si proclamò indipendente dai turchi e sovrano dell’Egitto. Le truppe egiziane diedero il via a un’insurrezione in Siria, occupando Damasco e Saida, ma un tradimento da parte dei generali mamelucchi la fece fallire. Nel 1799, Napoleone, durante la Campagna d’Egitto e di Siria arrivò alle porte di Akka e l’assediò, ma non riuscì a conquistarla a causa della peste che colpì il suo esercito.

 

L’Età contemporanea

Dal 1804 al 1840 il Libano fu governato dell’emiro Bechir II (di origine sunnita e convertito al cristianesimo per motivi politici); con lui la regione conobbe un lungo periodo di pace, di crescita economica e culturale. Nel 1840, dopo molte controversie e lotte, Bechir II abdicò in favore di Bechir Qassem Chehab, che assunse il nome di Bechir III.

Allargando un attimo lo sguardo alle vicende dell’impero ottomano nel suo insieme, notiamo come esso aveva, già  dal 1683, iniziato a percorrere il viale del tramonto. Secondo un’espressione attribuita allo zar di Russia Nicola I era definito come:”l’uomo malato d’Europa”. Per tentare di arrestare questo processo dalle molteplici cause i sultani, sin dall’inizio del diciottesimo secolo, iniziano a guardare ai progressi che la modernizzazione aveva portato all’Europa e intraprendono un graduale percorso di riforme che troverà, durante il diciannovesimo secolo (1839) la propria concretizzazione con le Tanzimat (“riorganizzazioni”), ribadite ed estese dal decreto del 1856. Con le Tanzimat furono abolite le discriminazioni giuridiche; tutti i sudditi di qualunque religione avrebbero condiviso una paritetica cittadinanza ottomana. Furono intraprese riforme nel campo dell’istruzione; si svilupparono la stampa, le ferrovie e la telegrafia. Nel Medio Oriente ci furono anche trasformazioni economiche che favorendo gli scambi commerciali con l’Europa portarono alla costruzione di infrastrutture (canale di Suez, porto di Alessandria e collegamento stradale tra Beirut e Damasco) che facilitavano tali rapporti. Ma, in ogni caso e a dispetto degli sforzi fatti, il sistema capitalistico non riuscì a decollare nella realtà araba che divenne sempre più dipendente dalle potenze occidentali. In effetti la notevole presenza di capitale straniero trasformò i paesi arabi in vere e proprie colonie.

Il Libano moderno nasce da un crogiuolo di conflitti, rivalità, inimicizie, ma anche, al positivo, dalla rinascita culturale araba (Nadha), avviata già prima dei notissimi Khalil Gibran e Mikhail Nuaime.  Fondamentale l’opera di Boutrus Bustani (1819-1883–un cristiano maronita convertito poi al protestantesimo): fu scrittore, pubblicista ed attivo in ogni ambito sociale e politico; fondò a Beirut la prima scuola nazionale araba e due giornali in arabo: La squilla di Siria e I Giardini. Pubblicazioni pionieristiche che permisero al popolo di venire direttamente in contatto con questioni di natura politica, sociale, economica e culturale. Bustani si prodigò per lo sviluppo di una lingua araba letteraria sensibile alle novità del tempo, chiamata a confrontarsi con le scienze e i sistemi culturali dell’occidente; compilò anche un voluminoso dizionario della lingua araba e un’enciclopedia in sette volumi. Nasif Yaziji (1800-1871) è l’altro pilastro del contesto culturale del Libano moderno; amico di Boutrus Bustani, Nasif contribuì alla rinascita della lingua letteraria araba e della letteratura araba, opponendosi ad ogni forma di fanatismo religioso e predicando l’unione degli arabi. Insieme ai loro discepoli, Butrus e Nasif fondarono nel 1857 a Beirut la società scientifica siriana, che riuniva vari intellettuali arabi al di là di ogni steccato religioso. Furono entrambi seguaci del movimento illuminista poiché sembrava essere l’unica via di liberazione dal feudalesimo, dai settarismi e per ottenere una vera indipendenza dal dominio turco e dalle potenze europee. Durante il diciannovesimo secolo Francia e Gran Bretagna si interessano sempre più ai paesi arabi e specialmente al Libano (nel 1860 i francesi, prendendo a pretesto il massacro della comunità cristiana maronita da parte dei drusi (setta-musulmana), strapparono al sultano l’istituzione di una regione autonoma, fra i monti e il mare, all’interno della Grande Siria, denominata: provincia cristiano-maronita del Monte Libano) e alla Siria, al punto da favorire ogni sorta di nazionalismo indipendentista nei riguardi dell’ormai debole governo ottomano. Il nazionalismo arabo era presente non solo in Libano e in Siria ma in tutti i paesi arabi che desideravano l’emancipazione dalla Sublime Porta. Nacquero società segrete di carattere politico-culturale, finalizzate a provocare un risveglio tra i popoli arabi. In seguito agli esiti della prima guerra mondiale, favorevoli alla  Francia e alla Gran Bretagna, e agli accordi di pace di Versailles, il Libano venne assegnato, come Mandato, alla Francia che ottenne anche una parte della Siria, l’Iraq settentrionale e una parte dell’Anatolia. In effetti i paesi arabi solo in seguito riusciranno ad ottenere una vera e propria autonomia politica.

Nel settembre del 1920 si costituisce il Grande Libano comprendente la provincia cristiano-maronita del Monte Libano, e i territori, a forte presenza musulmana, di Tiro, Sidone e Tripoli, insieme a Beirut; un vero e proprio mosaico etnico-religioso (in quest’area hanno vissuto per molti secoli comunità ben distinte e compatte: maronite, malachite, ortodosse, armene, siriache, caldee, ebraiche, druse, sunnite e sciite). Incorporando la zona musulmana della Bekaa nella circoscrizione amministrativa libanese, la supremazia numerica dei cristiani, che in precedenza era forte e determinante, si riduce al 51 per cento circa. La costituzione del 1926 teneva conto della variegata e molteplice composizione della società e ne favoriva le sviluppo di tutte le sue parti, anche se alcuni emendamenti e la prassi successiva videro i cristiani prevalere nell’assegnazione delle più importanti cariche istituzionali. I venti anni del mandato francese rappresentano, per il Libano, un tempo di crescita e di sviluppo economico, nonché culturale, grazie alla nascita di scuole e università fondate dalle congregazioni religiose, come i gesuiti. E’ doveroso ricordare il ruolo decisivo nella formazione culturale libanese che è stato svolto dalla comunità cristiana protestante che riuscì a insediarsi in Libano grazie alla protezione e ai finanziamenti della Gran Bretagna, della Germania e di congregazioni americane. A loro si deve la creazione di un collegio protestante siriano (l’attuale Università Americana di Beirut) e  la costituzione di diverse istituzioni scolastiche di lingua inglese.

Nel 1932 nasce il Partito popolare siriano, caratterizzato da un forte nazionalismo e promotore della totale indipendenza e unione di Libano e Siria; ma i musulmani libanesi e i cristiani maroniti, a questo progetto unificante preferiscono il mandato francese, in attesa di ottenere la completa sovranità del proprio Paese. Del resto, la Francia, preoccupandosi dei propri interessi geo-strategici aveva favorito la rivalità tre Damasco e Beirut, per cui il Libano si sentiva altro rispetto al resto della Siria. Si creò così una barriera artificiale fra due territori che sotto l’impero ottomano erano stati legati da stretti rapporti economici e amministrativi, e si consolidarono le basi di una tensione che dura ancora oggi. Un anno dopo  la fine della seconda guerra mondiale, nel 1946, il Libano ottiene l’indipendenza. La storia del Libano indipendente è stata finora caratterizzata da una profonda instabilità, dove gli equilibri, fragili, tra le varie componenti etnico religiose che abitano il Paese, sono spesso saltati, dando origine a feroci e lunghe guerre civili dove le dinamiche interne, già conflittuali di per sé, sono state cavalcate dagli altri attori regionali (in particolare: Israele, Siria e Iran), che non si sono fatti alcuno scrupolo di perseguire i propri interessi sulle spalle del martoriato popolo libanese, anche con interventi diretti e con le più pretestuose giustificazioni. A conferma di quanto detto si veda il tentativo attuale di coinvolgere sempre più il Paese dei Cedri nelle tremende sabbie mobili della guerra civile siriana, anch’essa caratterizzata dall’attiva presenza di forze combattenti straniere, foraggiate economicamente e finanziariamente da potenze regionali quali:Arabia Saudita, Qatar, Turchia, etc., mentre il regime di Assad è sponsorizzato dalla Russia e dall’Iran. Superfluo precisare che tutti perseguono i propri interessi egemonici  incuranti delle tremende sofferenze patite dal  popolo siriano.