Majdan è già Storia

majdan

 

Gli eventi che hanno fatto tremare il nostro continente ed i protagonisti della rivoluzione.

di Domenico Villano

Il 21 Novembre il Presidente Janukovic fa sapere alle autorità di Bruxelles di non essere interessato a firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea. La sera stessa scendono a protestare in piazza dell’Indipendenza a Kiev gli studenti universitari con bandiere europee a intonare cori Anti-russi. Il 28 Novembre a Vilnius il presidente conferma l’annullamento dell’accordo ed a Majdan si rinfoltiscono le fila dei manifestanti, il movimento di protesta sembrava però destinato a scemare in vista delle Elezioni presidenziali del 2015, in cui le opposizioni avrebbero potuto giocare la carta del mancato accordo  per sconfiggere il Partito delle Regioni. La notte del 30 Novembre il presidente fa un enorme passo falso inviando le forze speciali(Berkut) a Majdan per disperdere i manifestanti. La feroce e ingiustificata violenza dei Berkut testimoniata dai volti insanguinati degli studenti scuote il paese. Già in mattinata 300mila persone scendono per le strade del centro e dopo aver tentato di occupare il palazzo presidenziale si concentrano a piazza Majdan dove vengono erette le prime barricate. La piazza resterà occupata ad oltranza, difesa dai volontari nazionalisti del gruppo “Autodifesa”: ne fanno parte reduci della guerra in Afghanistan, ex-berkut e giovani provenienti anche dalle regioni russofone. Queste forze di Autodifesa organizzeranno magistralmente la logistica della piazza, la difesa delle barricate, il soccorso medico, le mense e l’ordine pubblico tra i manifestanti. Con il passare dei giorni sembra che il movimento sia destinato a perdere consensi e la piazza si inizia a svuotare. Servirà un altro passo falso del Governo per rinfoltire le fila dei manifestanti: A metà Gennaio vengo approvate nuove leggi che limitano la libertà di stampa e i diritti dei manifestanti con il fine di sedare per sempre la rivolta. Invece sono proprio queste leggi restrittive a far inferocire i gruppi di estrema destra e di Ultras che si uniscono nella confederazione “Pravyj Sektor” (Settore Destro) e scendono in piazza armati, al fianco dei manifestanti. Il loro leader Dmytro Jaros è ora stato nominato vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale (il segretario è ora invece il leader di “Autodifesa”) essendo stata fondamentale l’azione del suo movimento per la vittoria di Majdan. Li caratterizza una ideologia ultranazionalista e Anticapitalista, radicalmente Anti-russa  e sospettosa nei confronti dell’Unione Europea. I militanti di Pravyj Sektor sono scesi in piazza per combattere l’imperialismo russo ma guardano con sospetto anche all’Unione Europea, in quanto entità capitalista. Ritengono che un accordo con l’Ue debba essere sottoscritto solo per neutralizzare le mire espansionistiche russe. In linea di principio sono però contrari all’integrazione nell’Ue. Essi aspirano a costruire una Ucraina Indipendente fondata sui valori della Fede Ortodossa, dell’Identità nazionale, della solidarietà tra i cittadini, in opposizione alla globalizzazione. Tra le fila dei militanti si incontrano numerosi tifosi ucraini di tutto l’universo Ultras della nazione, per definizione ostili a qualunque forma di autoritarismo. Gran parte degli Ultras sono figli dei primi anni d’indipendenza, senza alcun legame con il passato sovietico e portatori di una radicata identità nazionale. Tutti i gruppi Ultras sostengono la causa Ucraina ed hanno deciso di mettere da parte le rivalità calcistiche e combattere fianco a fianco per le strade della capitale. Le forze parlamentari d’Opposizione provano ad affermarsi come i leader del movimento con comizi in piazza, ma vengono ripetutamente insultati dai manifestanti che ormai hanno perso fiducia nell’intera classe politica. Gli stessi militanti ultranazionalisti criticano aspramente perfino il partito di estrema destra Svoboda. Torniamo alla cronaca degli eventi: Domenica 19 Gennaio nel gelo invernale c’è una grande folla a Majdan, i manifestanti decidono di voler conquistare il parlamento. All’altezza dello stadio della Dinamo vengono bloccati dal cordone di veicoli delle forze speciali ed inizia lo scontro. L’attacco viene guidato efficacemente da Pravyj Sektor con il lancio di Molotov e sanpietrini, cui rispondono i lacrimogeni, i proiettili di gomma e le granate stordenti dei Berkut. Si combatte giorno e notte tra i fuochi dei copertoni e dei veicoli bruciati fino a quando il 23 Gennaio viene diffusa la notizia(poi confermata) dell’uccisione di due manifestanti per colpi d’arma da fuoco. Con l’intervento delle forze politiche d’opposizione viene negoziata una tregua e vengono abrogate le leggi sull’ordine pubblico. Restano in piazza i manifestanti e si vedono a Majdan, ad invocare una pacificazione, anche i rappresentanti delle Quattro Chiese maggioritarie dell’Ucraina. Infatti, oltre alle enormi differenze regionali, la nazione ucraina presenta un complesso mosaico religioso cristiano: nelle regioni occidentali è diffusa la Chiesa greco-cattolica, in quelle centro-orientali la confessione di maggioranza è quella Ortodossa legata al Patriarca di Mosca, ma in tutto il Paese ci sono comunità religiose minoritarie legate alla Chiesa Ortodossa Autocefala e a quella Ortodossa del Patriarcato di Kiev. Continuano senza successo tentativi di mediazione fino al 18 Febbraio, giorno in cui inizieranno gli scontri più violenti. Oltre ai Berkut, scendono per le strade i Titusky, militanti volontari del Partito delle Regioni che iniziano a bastonare chiunque gli si pari davanti. Entrambe le fazioni iniziano ad utilizzare armi da fuoco e si contano decine di morti per le vie del centro in fiamme. I Berkut provano a sbaragliare definitivamente i manifestanti di Majdan ma sono bloccati dal fuoco di Pravyj Sektor che li costringe alla ritirata. La battaglia continua fino al 20 Febbraio, sia i manifestanti che i Berkut sono colpiti dal fuoco di cecchini di provenienza ignota, è una carneficina. A fine giornata si contano più di cento morti, ma l’epilogo è vicino. Janukovyc, dopo aver discusso con i ministri degl’esteri di Francia, Germania e Polonia decide di ritirare i Berkut dalle strade, li seguono le forze di sicurezza che presidiavano il palazzo presidenziale, le quali senza aver consultato il presidente abbandonano la città. Ormai Janukovyc è in fuga e la battaglia può dirsi conclusa. A Majdan restano ancora alcuni manifestanti, quasi a farsi garanti dell’agire del governo provvisorio in vista delle elezioni. Ancora oggi il destino dell’Ucraina è incerto, tra spinte separatiste, blocchi ultranazionalisti, poteri forti degli oligarchi e una crisi economica devastante.

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