Le Primavere arabe. Una retrospettiva.

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Di Francesco Villano

Parlare oggi delle “Primavere Arabe” sembra un nonsenso, dato il fallimento quasi totale degli ideali e delle speranze che le hanno animate. Sembra che, Tunisia a parte, le forze controrivoluzionarie abbiano vinto dappertutto. L’Egitto è di nuovo nelle mani dei militari dopo la fallace esperienza di governo dei Fratelli musulmani. In Bahrein sono entrati i carri armati sauditi a schiacciare la rivolta; la Siria è lo scenario di una vera e propria carneficina, mentre la Libia si muove ancora su un pericolosissimo crinale, dove troppe forze divergenti si contendono il potere. Paesi che per secoli si sono fondati sul tribalismo, sui rapporti clanici e così via, non potevano generare dal nulla governi compiutamente democratici, o almeno qualcosa che potesse loro assomigliare, seppur da lontano. Per forza di cosa sarà un cammino arduo. Nondimeno il processo è iniziato e nuove e fresche energie sono state immesse nel fluire della Storia; a noi tutti coglierne il senso e la direzione ed aiutare il nuovo a manifestarsi, anche se ora, dopo circa tre anni e mezzo dal sacrificio di Mohammed Bouazizi, la sola Tunisia, come detto sopra,  sembra tenere ancora accesa la fiaccola della speranza. Ma ricordiamo ciò che ha dato il là alle Primavere:

Tutto è iniziato a Sidi Bouzid (Tunisia), il 17 dicembre del 2010, quando un giovane  di 26 anni, Mohammed Bouazizi, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco dopo  che la polizia che gli aveva confiscato il suo banchetto di frutta, sì abusivo ma sua unica fonte di sostentamento. Mohammed Bouazizi non era un semplice venditore ambulante, ma faceva parte di quel 50% di laureati disoccupati tunisini che non hanno alcuna speranza di poter trovare un‘occupazione, non solo in patria ma neanche nella dirimpettaia Europa, che ha chiuso loro le porte in faccia, per cui si adattano a tutto pur di sopravvivere. Il vedersi negata anche la possibilità di vendere frutta ha condotto il ragazzo al gesto estremo che ha trovato il suo triste e tragico compimento il 4 gennaio del 2011. Ma stavolta questo sacrificio non si è consumato nella sfera privata, ma è diventato il detonatore che ha fatto letteralmente esplodere le piazze tunisine, seguite da quelle: egiziane, yemenite, del Bahrein, libiche, siriane e della Malaysia. Da notare che anche l’Arabia Saudita, impermeabile a qualsiasi contestazione di massa, ha registrato delle timide forme di protesta, come quella delle donne che si sono messe al volante, nonostante il divieto che vige in tal senso. La grande novità è che la rivolta non è stata guidata da leader forti o popolari, non è stata organizzata da nuovi profeti, ma da semplici cittadini sconosciuti ai più. Altra caratteristica è  che le rivolte non si sono indirizzate verso colonizzatori, da cacciare ed espellere dal Paese, ma verso i loro propri governanti: dispotici, corrotti, oligarchi, violenti, incapaci e non desiderosi di volere davvero il bene dei loro popoli. A conferma di ciò è il vedere come nessuna bandiera americana o israeliana sia stata bruciata, e il non sentire nelle piazze slogan contro i “nemici tradizionali”. Ma allora chi ha animato queste “rivoluzioni”? Sono i giovani della classe media che desideravano imporre un’agenda che sembrava proprio quella  della grande Nahda, la rinascita araba di fine ottocento, che ebbe nello slogan della rivoluzione francese, “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”, il  proprio programma. Questi ragazzi volevano imporre un capovolgimento del paradigma novecentesco arabo: superamento del tribalismo, accantonamento del fondamentalismo islamico, priorità alla giustizia sociale e al rispetto della dignità umana.  Rispetto delle minoranze religiose, sia che appartengano in un modo o nell’altro al mondo islamico, sia che si tratti di cristiani, ebrei , etc. A tal proposito uno dei più apprezzati intellettuali arabi cristiani, Amin MAAlouf, già alcuni anni fa ebbe a dire:”…abbiamo bisogno di una cultura del vivere insieme…..”.

Questi giovani hanno usato face book, internet, gli smartphone, e hanno messo su youtube i video che i regimi non sono riusiti a censurare. Parlano arabo, ma anche inglese e si sentono cittadini del mondo. Anni fa la sociologa marocchina Fatima Mernissi, in un suo bel  libro intitolato “Islam e democrazia”, aveva già evidenziato le enormi possibilità che venivano offerte al mondo arabo dalle parabole, dai telefonini e da internet. Circa dieci anni dopo le sue intuizioni hanno trovato piena conferma. Venti o trent’anni fa un regime poteva ancora imprigionare mediaticamente il proprio popolo, ora questo non è più possibile. E sebbene oggi tutto o quasi sembra che sia andato storto, è legittimo continuare a sperare poiché la Storia, quella vera, si muove nel profondo e nel lungo periodo, secondo l’insegnamento del grande storico Braudel, e quindi è ancora lecito sperare!

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