Digressione

Cronache turche (parte terza)

Nella nottata tra venerdì 14 e sabato 15 febbraio 2014, il Parlamento turco, a maggioranza Akp (il partito al Governo dal 2003 con il suo leader indiscusso, almeno fino ad ora: Recep Tayyip Erdogan), ha approvato una legge che in effetti fa uscire la Turchia dal solco democratico, negando di fatto lo Stato di diritto. Infatti, la legge, ratificata il 25 dello stesso mese dal Presidente della Repubblica, Abdullah Gul, ha di fatto tolto l’autonomia al Supremo Consiglio dei Giudici e dei Procuratori, l’Hsyk (il nostro Csm), subordinandola alle decisioni dell’esecutivo.

In questo modo ciò che contraddistingue un regime democratico e su cui si fonda un Governo in tal senso orientato, cioè la piena reciproca indipendenza dei tre poteri, il legislativo, l’Esecutivo e  quello giudiziario, verrà a cadere. Non si è trattato comunque di un fulmine a ciel sereno, anche se l’improvvisa accelerazione, impressa da Erdogan alla sua approvazione, ha colto di sorpresa molti osservatori. In effetti, il provvedimento presentato in parlamento già qualche settimana fa era stato”congelato”, per poterlo sottoporre a revisione, soprattutto per le vibranti critiche espresse da Stati Uniti ed Unione Europea. Giova ricordare che con quest’ultima la Turchia sta da tempo vivendo un rapporto a fisarmonica, segnato dal blocco e dalla riapertura dei noti protocolli che una volta affrontati e risolti (chissà quando a questo punto) dovrebbero poter permettere alla Turchia di accedere all’UE. Con gli Stati Uniti i rapporti sono più che decennali e hanno come fondamento storico, tra l’altro, l’inclusione del Paese nel piano Marshall, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale che, per inciso, la Turchia non aveva combattuto, e l’ingresso nella Nato del Paese della Mezzaluna già nel 1952. Ma, ancora una volta, Erdogan non ha voluto sentire ragioni ed è andato diritto per la sua strada. Tra l’altro solo pochi giorni prima il parlamento aveva approvato un’altra legge liberticida, già ratificata da Gul, che permette al governo di chiudere un sito web, in solo quattro ore, e senza l’autorizzazione di un giudice. Se a questo aggiungiamo che, a tutt’oggi, la Turchia è persino davanti all’Iran e alla Corea del Nord in quella tristissima classifica che tiene conto dei giornalisti reclusi , il quadro è davvero sconfortante. Il livello della libertà di espressione è decisamente ben al di sotto di un Paese che si voglia definire civile.

Ma per capire cosa sta realmente accadendo in Turchia dobbiamo fare un passo indietro e allargare il nostro punto di vista, senza il quale è difficile prendere in mano il bandolo della matassa.

Come detto all’inizio l’Akp, Partito della Giustizia e Sviluppo, a guida Erdogan, è ininterrottamente al potere dal 2003. Le ultime elezioni, tenutesi nel 2011, hanno confermato ancora una volta il suo dominio (un elettore su due ha votato l’Akp), ma non gli hanno dato quella maggioranza assoluta in parlamento, auspicata da Erdogan, per poter fare autonomamente quelle riforme costituzionali di cui il Paese ha bisogno. E’ questo è stato un bene per la “salute” della vita politica turca. Comunque il lusinghiero risultato ottenuto si spiega con una lunga fase di crescita economica, finanziaria e del Paese in generale che ha portato, in pochi anni, la Turchia sulla scena della ribalta internazionale. Ciò che, tra l’altro, ha permesso all’Islam politico di prendere il potere e conservarlo così a lungo, nella repubblica fondata da Mustafa Kemal Ataturk, dove i militari sono stati sempre i garanti della visione laica promossa dal loro fondatore, è stata un’alleanza di ferro tra due tra le principali anime dell’islam sunnita presente in Turchia, entrambe di scuola giuridica hanafita, che ha permesso prima la conquista del potere, e poi il rafforzamento dello stesso attraverso una marginalizzazione sempre più marcata dei militari, anche e soprattutto, nella maggior parte dei casi, attraverso discutibili, se non fasulle, indagini e processi portati avanti, nel totale spregio della verità oggettiva, contro i più alti vertici delle Forze Armate. Mi riferisco alle indagini e ai processi legati alla presunta organizzazione clandestina “Ergenekon” e al “Piano Martello”.Bene, questa alleanza da qualche tempo sta scricchiolando paurosamente, e la Turchia sta vivendo una lotta intestina al massimo livello della struttura dello Stato per cui, attacchi e contrattacchi, dagli esiti destabilizzanti si susseguono in continuazione. E’ una guerra piena di tremendi colpi bassi, poiché i “due” contendenti conoscono benissimo l’uno gli “scheletri nell’armadio” dell’altro. E con “sapiente” tempestività ognuno gioca le proprie carte, incuranti entrambi dei paurosi scivoloni che la Turchia tutta sta vivendo, a partire dal deprezzamento della Lira turca che è scesa al suo minimo storico, dalle perdite nella borsa di Istanbul e dalla fuga del capitale straniero, per finire alla restrizione dello Stato di diritto con la negazione, sempre più marcata, delle sue libertà fondamentali. Ma chi sono i due contendenti? Da un lato abbiamo il padre padrone dell’Akp, circondato dai circoli di potere e di consenso che lo supportano, e dall’altro il potentissimo movimento Hizmet (il servizio) definito da Erdogan come uno“Stato parallelo”, che fa capo a Muhammed Fethullah Gülen, che da circa quindici anni vive negli Stati Uniti, e che conta milioni di seguaci in Turchia e moltissimi nei Paesi turcofoni, ma non solo. Erdogan fa riferimento alla tradizione dell’islam politico del Milli Gorus (visione nazionale), mentre Gulen inserisce il suo agire nel solco tracciato dallo studioso islamico Said Nursi (1878-1960), che basava il proprio essere islamico sulla fede e sulla moralità, piuttosto che sull’articolazione politica. Ulteriore elemento caratterizzante il pensiero gulenista è che al suo interno la rivelazione islamica e il pensiero scientifico razionale di matrice illuminista trovano un modus vivendi alquanto originale e non conflittuale, dove i contenuti culturali altri rispetto alla tradizione arabo islamica non sono fatti propri acriticamente. Siamo in presenza di un tentativo di modernizzare l’islam. Per tutti questi motivi il movimento ha, come suo campo d’azione privilegiato, il settore educativo. E’ altresì  fortemente presente nella magistratura (senza dubbio è stato rilevante, nei processi contro i militari, l’azione dei suoi affiliati nel sistema giudiziario), nella polizia e nei media. Si fa paladino di un islam democratico e tollerante, che dialoga con le altre religioni (Gulen è stato ricevuto anche da Papa Giovanni Paolo II), e che pertanto è un naturale argine per il fondamentalismo. Tornando al conflitto in corso tra i due gruppi, bisogna constatare che i due schieramenti hanno una visione opposta del problema curdo, per cui il nuovo approccio (nella direzione di una certa soluzione della decennale tragedia, anche dialogando con il PKK, partito curdo che, guidato dal suo leader Ocalan, da decenni è impegnato in una lotta armata contro lo Stato turco) inaugurato da Erdogan, da Davutoglu (ministro degli esteri) e dal governo in carica, non è stato ben vista da Gulen e dal suo movimento. Come pure differente è l’atteggiamento dei due contendenti nei confronti di Israele per l’”incidente” della Mavi Marmara flotilla. Erdogan a muso duro e Gulen conciliante. Ancora diverso è il giudizio dato sulla questione del Gezy park di Istanbul e degli scontri di giugno/luglio scorsi. Ad un Erdogan intollerante, fortemente repressivo e totalmente incapace di aprirsi alle ragioni dei manifestanti, si opponeva un Gulen che si esprimeva con toni opposti. Un’accelerazione si è avuta nel novembre del 2013 quando Erdogan e company hanno pianificato di chiudere le scuole private, un quarto delle quali rette da Hizmet, che preparano gli studenti delle superiori agli esami di accesso all’università. Hizmet si è sentita attaccata frontalmente nel suo esistere perché, se da un lato attraverso queste scuole arrivano importanti risorse finanziarie, dall’altro è anche un’occasione privilegiata per reclutare nuovi adepti nella futura intellighenzia turca. La risposta, devastante per l’establishment, non si è fatta attendere, ed il 17 dicembre è partita un’inchiesta per corruzione e tangenti dai risvolti destabilizzanti per aver coinvolto tre figli di altrettanti ministri, uomini d’affari e anche funzionari, al massimo livello, della Halkbank, la banca nazionale turca. Nel giro di qualche settimana Erdogan ha effettuato un mega rimpasto di governo cambiando ben dieci ministri. Da allora il Governo ha rimosso migliaia (circa settemila) dirigenti e funzionari della pubblica sicurezza e circa duecento magistrati, tra cui alcuni titolari delle inchieste per corruzione. In risposta sono state rese pubbliche intercettazioni di telefonate in cui Erdogan fa pesanti pressioni sui media per orientarli secondo la sua volontà. E, ancora più preoccupante, il pronunciamento sibillino di un noto imam (Karaman) vicino all’Akp, per cui l’incoraggiamento da parte del governo, nei riguardi di uomini di affari che hanno fatto affari con lo Stato, a fare, “a certe condizioni”, “donazioni” a  “specifiche fondazioni caritative”,non è illecito! Una di queste fondazioni sembra essere la Turgev, diretta dal figlio di Erdogan. In questo “gioco” al massacro è del 25 febbraio la “pubblicazione” su youtube di un’intercettazione telefonica dove Erdogan in persona avrebbe chiesto al figlio di far sparire diversi milioni di euro. Se confermata sarebbe la prova del coinvolgimento diretto del premier negli scandali relativi alla corruzione. Come andrà a finire? E’ difficile dirlo, ma qualche considerazione, più in generale, va fatta anche tenendo conto che durante quest’anno ci saranno importanti consultazioni elettorali, tra cui quella per il rinnovo della carica presidenziale, e che la situazione internazionale, in particolare per i temi più prossimi agli interessi del Paese della Mezzaluna, continua a snodarsi su crinali estremamente incerti e pericolosi. Al momento il vero sconfitto è l’islam politico, o per essere più precisi, l’agire dei musulmani una volta che hanno conquistato il potere. Ciò che emerge è una visione immatura della democrazia, dove i valori che la caratterizzano non sono posti al primo posto. Invece sono gli interessi personali, di partito, dell’associazione di riferimento, del clan di appartenenza che prendono il sopravvento e alterano e deturpano l’intero scenario. Manca ancora una cultura politica del governare che tenga conto delle profonde istanze di una democrazia liberale. Tornando, in conclusione, ai due “duellanti”: da un lato non si è democratici solo perché si arriva al potere attraverso il voto democratico, e nel governare non si tiene conto delle istanze delle minoranze e di chi al Governo non c’è. Una volta al potere si governa per tutti e non solo per il proprio serbatoio elettorale; dall’altro: non si è democratici se si possono controllare interi apparati dello Stato pur non governando. In quel caso l’accusa di aver creato uno Stato parallelo può avere qualche fondamento.

 

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Cronache turche (parte seconda)

Di Francesco Villano

Il 29 marzo 2009, in Turchia, si sono tenute le elezioni amministrative, il cui esito  è stato favorevole all’AKP, il Partito Della Giustizia e dello Sviluppo, di ispirazione islamica moderata che governa il Paese dal 2002. Anche se vittoriosi, i dirigenti del partito con in primis il capo del governo Recep Tayyip Erdogan, hanno seri motivi per non essere soddisfatti. Infatti per la prima volta, dalle elezioni del 2002, devono registrare un netto regresso nel consenso raccolto dagli elettori. Qualche dato: nelle precedenti elezioni amministrative del 2004 l’AKP aveva raccolto il 42% dei consensi, e addirittura il 47% alle politiche del 2007; questa volta invece ci si è fermati al 39% (la stessa percentuale che raccolgono insieme i due principali partiti di opposizione: il socialdemocratico CHP con il 23% e l’ultra nazionalista MHP con il 16%). Un notevole scacco per una leadership che sperava di incrementare ulteriormente il lusinghiero 47% di due anni fa. Certo si può obiettare che le elezioni amministrative non sono la stessa cosa di quelle politiche, ma è indubbio che qualcosa è andato storto nel rapporto con l’elettorato tanto che già si parla di un sostanzioso rimpasto nella formazione governativa. Per capirne le cause bisogna fare qualche passo indietro nel tempo e analizzare ciò che è accaduto in Turchia a partire dal 30 luglio 2008, quando la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità o meno dell’Akp; se in altre parole l’Akp avesse o meno violato la fondante laicità costituzionale dello Stato turco. Degli undici membri della Corte sei votarono contro mentre gli altri cinque a favore. Essendo richiesto il consenso di almeno sette dei votanti per esprimere un verdetto di condanna, l’Akp e con esso la Turchia tutta si salvarono, per il rotto della cuffia, da un traumatico scioglimento il primo e da un quasi inevitabile clima da guerra civile la seconda. L’unica ma pur sempre significativa sanzione fu quella di ridurre del 50% i finanziamenti del Tesoro all’Akp.  Ma come  si era giunti a quel punto? Alle elezioni politiche del 2007 l’Akp guidato da Recep Tayyp Erdogan, che poi era diventato primo ministro, aveva ottenuto il 47% dei voti ed i due terzi dei seggi in parlamento. Dopo alcune settimane era riuscito ad occupare, con Abdullah Gul, anche la presidenza della repubblica. Questi due avvenimenti avevano  grandemente allarmato la Turchia dei laici e dei potentissimi militari che da sempre hanno tutelato la Turchia dalle possibili derive anti-costituzionali. Ricordiamo che il principio fondante dello Stato turco è la laicità che prevede, tra l’altro, il totale controllo della sfera religiosa da parte dello Stato. L’Akp, con la vittoria elettorale, si riconfermava alla guida del Paese ma la grande novità risiedeva nel vasto consenso popolare ottenuto. Ed è da qui che ha preso l’avvio una fase delicatissima per gli equilibri del Paese. Infatti l’Akp, sentendosi da un lato con le spalle forti per il grande successo elettorale e volendo dall’altro dare espressione ad alcune richieste della base, è incorso in un autogol quando ha cercato, nel febbraio dello stesso anno, di far passare un emendamento costituzionale che eliminava il divieto di indossare il velo  negli uffici pubblici, a iniziare dalle università. L’emendamento è stato poi ritirato ma, per l’articolo 4 della Costituzione, già proporre delle modifiche costituzionali su tali temi costituisce una violazione della carta fondamentale, per cui il Procuratore capo della suprema corte di appello turca ha accusato l’Akp di iniziative anti-laiche; ha richiesto pertanto lo scioglimento del partito e l’interdizione da qualsiasi carica pubblica per cinque anni per Erdogan, Gul e altri sessantanove membri del partito. Su questo si è dovuta pronunciare la Corte Costituzionale, che con grande saggezza ed equilibrio ha evitato al Paese un salto nel vuoto dagli imprevedibili esiti, tenendo conto da un lato sia delle esigenze costituzionali che dei chiari risultati delle elezioni, dall’altro sia dei notevoli ed incontestabili progressi economici fatti dal paese con l’Akp al potere sia dell’attenzione internazionale, in particolare in sede UE, con cui si è attesa la sentenza.  Lo scampato  pericolo avrebbe dovuto portare consiglio alla dirigenza dell’AKP; avrebbe dovuto far capire che prudenza, moderazione, equilibrio e rispetto pieno delle regole democratiche sono ingredienti necessari e fondamentali per governare, e non qualcosa di cui si può tener conto a proprio piacimento.   Alcune vicende successive, interne ed internazionali, hanno evidenziato quanto appena detto;iniziamo dalle prime. Nel settembre del 2008, i quotidiani (Hurriyet, Milliyet,etc…) controllati da Aydin Dogan, maggiore editore del paese, hanno denunciato una vicenda di finanziamenti illeciti che prende l’avvio in Germania dall’attività di una società benefica turca: la Deniz Feneri (faro del mare), accusata di aver dirottato buona parte della consistente cifra raccolta (in Germina, Austria, Olanda e Turchia), presso un alto funzionario dell’AKP per finanziare un canale televisivo islamico e l’islam politico in generale. Qualche ipotesi più azzardata arrischia, per una parte della cifra, anche un finanziamento di Hamas. Il tutto fa crollare l’Akp, di ben 15 punti, nei sondaggi.La reazione di Erdogan è esplosiva. Accusa pubblicamente Aydin Dogan di avergli messo contro tutti i principali media del Paese per screditarlo; respinge le accuse di corruzione al suo partito e contrattacca affermando che quella dell’editore è una ritorsione per non aver ottenuto la concessione per edificare un terreno tutelato dal vincolo ambientale.  Dogan replica difendendo il suo operato e accusando il premier di volere limitare la libertà di stampa. A questo punto Erdogan tracima e, nel corso di una cena, dimenticandosi di essere il Primo Ministro di uno stato democratico, arriva ad invitare i dirigenti e militanti del proprio partito a boicottare le pubblicazioni del Dogan Group: «A voi, membri del partito Akp, dico che dovreste cominciare la vostra personale campagna contro i media che pubblicano falsità non facendoli entrare nelle vostre case. Non comprateli». Agli osservatori dell’Ue questa “poco” democratica esternazione non sarà di certo piaciuta! La querelle continua, con toni e azioni sempre più aspre, quando, in seguito, la magistratura tedesca invia ai colleghi turchi i fascicoli processuali sì che anch’essi possano indagare sul loro contenuto. A quel punto il governo attacca il Dogan Group attraverso una notifica, da parte del Tesoro, di una maxi-multa da mezzo miliardo di dollari a causa di  un presunto illecito fatto relativamente ad una cessione di quote effettuata nel 2006 al gruppo tedesco Axel Springer. Il Dogan Group parla di attentato alla libertà di stampa, ma il premier dice di non esserne al corrente. A questo punto interviene il capo della procura di Ankara che conferma l’arrivo del fascicolo presso il suo ufficio e assicura che il tutto verrà tradotto entro marzo per procedere con le indagini, affermando: “La magistratura farà tutto quello che c’è da fare”. Magistratura che dovrà anche affrontare l’inquietante vicenda che fa capo all’organizzazione estremo nazionalista-affaristica denominata Ergenekon, ritenuta responsabile di tutto un insieme di azioni delittuose, tra cui l’uccisione del giornalista armeno Hrant Dink, atte a destabilizzare la struttura democratica del Paese. In altro ambito, quello scientifico, durante il mese di marzo dell’anno in corso, si è registrata una nuova dura polemica. Cigdem Atakuman, la direttrice della principale rivista scientifica turca, Scienza e Tecnica, pubblicata dal Tubitak (Consiglio di Scienza e Ricerca turco), è stata licenziata in tronco da Omar Cebeci, vicepresidente del Tubitak, per aver messo in copertina nell’ultimo numero della rivista una foto di Charles Darwin e all’interno un servizio di 16 pagine sulle teorie evoluzioniste.La ragione addotta era che l’articolo era stato preparato in tempi troppo brevi (un solo week end), e che quindi potesse non essere stato fatto al meglio! Il tutto èstato poi sostituito con un articolo sui cambiamenti climatici. Immediata la protesta di numerosi scienziati turchi che, in un comunicato, avevano detto di “star vivendo uno degli eventi più vergognosi”della storia del Paese. Comunque questa faccenda, pur evidenziando, anche tra gli studiosi, la costante contrapposizione tra islamici e laici, si è chiusa rapidamente con il reintegro della direttrice. Altro fattore, il più importante di tutti, che sta a monte del risultato elettorale del 29 marzo scorso, è stato quello di aver sottovalutato il tipo di impatto che la crisi economica mondiale potesse avere sulla situazione economica del Paese. In effetti, a fronte di dichiarazioni ottimistiche che parlavano di una sostanziale tenuta economica (saremo il Paese che ne risentirà di meno; la crisi ci sfiorerà), vi è stata, in realtà, una decrescita del 6.25 in questo primo quarto del 2009. Ovviamente le conseguenze sul piano occupazionale sono state molto rilevanti ed il governo centrale non ha saputo reagire con misure adeguate; tra l’altro, non avendo offerto adeguate garanzie al F.M.I. che era disposto a concedere nuovi prestiti, si è di fatto privato il Paese dell’”ossigeno “ di cui necessitava. Si è anche supposto che il governo avesse sperato, in vano, di ottenere un aiuto finanziario dal mondo arabo. Tutto ciò ha generato un gran malcontento che ha trovato puntuale conferma nell’esito delle urne, che tra l’altro è stato funestato da gravi  incidenti che hanno causato sei morti e un centinaio di feriti. Le vicende internazionali. Anche in  questo ambito il Primo Ministro ed il Governo da lui presieduto hanno avuto dei comportamenti che in più di un’occasione hanno polarizzato le divisioni “fisiologiche” del Paese e creato sconcerto all’esterno. Evento scatenante è stata l’operazione “piombo fuso” a Gaza. La “guerra” di Israele contro Hamas non è proprio scesa giù a Erdogan. Vari fattori hanno orientato i comportamenti del Primo ministro: 1) alcuni commentatori ritengono che la sua “simpatia” per Hamas sia da rintracciare nella apparente medesima vicenda politica vissuta sia da Hamas nel 2006 che dall’AKP nel 2002: un partito che ottiene  regolarmente una vittoria elettorale ma al quale, in seguito, si fa di tutto per non riconoscergliela. 2) il fatto che Hamas sia un partito islamico, sì fondamentalista, ma in ogni caso orientato religiosamente come l’AKP. 3) La costante apertura e attenzione ad est dell’attuale politica estera turca. In effetti se da un lato c’è la riscoperta delle proprie radici ottomane, con conseguente attenzione a tutti i paesi islamici dell’area, dalla Siria all’Iran, dall’altro c’è l’apertura a tutti quei Paesi centro asiatici che, islamici o meno, le sono etnicamente affini. L’immediata conseguenza di questi sviluppi è il ruolo di autorevole mediatore che la Turchia si sta sempre più ritagliando nelle varie crisi che caratterizzano questa ampia regione, anche se, nel mondo arabo, deve fare i conti con il tradizionale ruolo geopolitico svolto dall’Egitto. E Israele? Dalla fondazione dello stato degli Ebrei i rapporti tra la laica Turchia e Israele sono sempre stati buoni, soprattutto in ambito militare. Altro fattore che li accomuna e che li distingue dagli altri Paesi del Medio Oriente è che  sono gli unici ad essere industrializzati. Tutto questo fino all’incontro di Davos (forum economico mondiale) di inizio febbraio dove Erdogan, ad un incontro con il presidente israeliano Shimon Peres e prendendo a pretesto un diritto di replica che non gli era stato concesso (secondo lui) dal moderatore, ha inveito in maniera inaccettabile e inqualificabile contro il Presidente israeliano per la vicenda di Gaza e lo ha anche qualificato:”come qualcuno che sa bene come uccidere la gente”. Dopo di che ha abbandonato non solo la sala ma la stessa Davos. Acclamato da una osannante folla di sostenitori al suo rientro in patria oltre che da tutto il mondo arabo, da Hamas all’Iran, ha al contrario lasciato esterrefatto tutto il mondo occidentale, che ha iniziato ad interrogarsi seriamente sulle conseguenze di un tale inaccettabile esternazione. Le reazioni più pungenti le ha ricevute, come era logico, dalla libera stampa laica del suo Paese, Hurriyet in testa. Perché l’ha fatto? Quale il suo scopo? Solo le intemperanze di un carattere collerico? Yusuf Kanli, uno dei più apprezzati editorialisti dell’Hurriyet, ha anche ipotizzato che sia stata tutta una messa in scena per favorire in un modo o nell’altro il leader turco, basando ciò sia sulla tiepida reazione di un uomo dello spessore di Shamir, sia su alcune affermazioni contenute in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Jerusalem Post a firma di Herb Keinon, affermato opinionista, che potevano far pensare ad una tale eventualità. In ogni caso quella che poteva essere la scintilla di un’ulteriore forte dinamica destabilizzante per tutto il Medio Oriente è stata rapidamente spenta, anche se l’emergere di nuovi protagonisti sulla scena, dopo le elezioni politiche in Israele, apre degli scenari per niente tranquillizzanti. L’analisi dei fatti più rilevanti della politica turca dell’ultimo anno sarebbe incompleta se non si prestasse attenzione alle stato delle trattative per l’ammissione della Turchia nell’U.E. Concreti passi in tal senso, dalla Turchia, sono stati fatti. Rimane ancora non risolto il nodo del “genocidio”degli armeni, ma si stanno per normalizzare i rapporti tra lo Stato turco e quello armeno. Anche sul fronte curdo si stanno facendo dei passi avanti: in una recente visita in Iraq, il Presidente Gul ha riconosciuto ufficialmente l’autonoma provincia curda dell’Iraq; in cambio di tale riconoscimento si aspetta un sostegno nella lotta al PKK, con il quale è impegnato da anni in una sanguinosa lotta armata e che ha basi nel Kurdistan iracheno. Anche il problema Cipro è all’ordine del giorno dell’agenda governativa. Molto altro resta da fare, in particolare nell’ambito dei diritti civili; c’è in effetti bisogno di un insieme di condivise riforme costituzionali, che il governo sembra intenzionato a fare. In conclusione ci sembra opportuno formulare due interrogativi. Il primo: la Storia, quella con la esse maiuscola,  ha posto gli attuali governanti turchi di fronte a una complessità di problematiche geopolitiche e geostrategiche che, se adeguatamente risolte, permetteranno alla Turchia di diventare al massimo grado ciò che già è: l’imprescindibile e insostituibile centro di raccordo delle molteplici  relazioni  tra l’Occidente e l’Oriente; saranno in grado i leaders del Paese di gestire una tale situazione? Il secondo: ma l’UE ha la reale intenzione di annettere la Turchia? Ha capito fino in fondo che i vantaggi di una tale adesione saranno di gran lunga maggiori rispetto alle problematiche, anche forti, che inevitabilmente si presenteranno? Cosa si vuole? Che la Turchia, rifiutata da parte dell’Occidente europeo, volga il suo sguardo totalmente ad est? Che al di là del suo ruolo geostrategico filo-occidentale, conformi il suo essere come Paese a criteri non occidentali? Sembra che, oltre l’Italia, la Spagna e la Gran Bretagna, solo gli Stati Uniti di Obama abbiamo capito fino in fondo la reale natura della partita che si sta giocando, come si evince chiaramente dal discorso tenuto il 5 aprile nel  parlamento di Ankara; mentre Francia e Germania sembra che  non riescano a guardare più in là del loro orticello.

Cronache Turche (parte prima)

Di Francesco Villano

Con le elezioni politiche del 3 novembre 2002 si afferma la forza politica islamico moderata fondata da Recep Tayyip Erdogan: Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (A.K.P.). E’ un vero radicale cambiamento che sarà confermato con l’eccezionale vittoria alle successive politiche del 2007. Ma per comprendere questi ultimi esiti è fondamentale focalizzare l’attenzione su come era mutato nel corso del tempo il rapporto tra islam e repubblica turca.Nel 1956 l’insegnamento religioso era stato reintrodotto nella scuola secondaria. I gruppi islamici (confraternite, movimenti ecc.) giocarono sia la carta politica delle destre, per ‘reislamizzare’ lo Stato, sia quella della cultura per occupare posti chiave nei Ministeri (dell’Interno e dell’Educazione) e diffondere il messaggio islamico attraverso i media. Nel 1971, imam, qadi, muftì ecc. diventano ‘funzionari di Stato’. Nel 1976, la Turchia aderisce all’O.C.I. (Organizzazione della Conferenza Islamica), di fatto un ritorno ufficiale nella Umma (Comunità dei credenti) islamica. L’islam riacquista forza e potenza, e la politica ne deve necessariamente tenere conto. La Costituzione del 17 novembre 1982, art. 14, rende obbligatorio l’insegnamento islamico in tutte le scuole primarie e secondarie. Nel 1983, viene fondato il Refah (Partito della Prosperità) di Necmettin Erbakan, che sale al governo nel 1996. Erbakan intraprende la reislamizzazione dell’amministrazione. Ma nel 1997, la pressione dei militari (un colpo di stato”soft”) e la Corte Costituzionale sciolgono il Refah per attività antilaiche. Da una scissione del Refah nascerà (2001), ad opera di Erdogan e Gul, un’altra formazione politica: l’AKP, liberale in economia, conservatore moderato in politica interna e orientato all’ingresso nell’Unione Europea. E’ opportuno ricordare che l’islam politico turco moderato ha avuto un legame costitutivo con un maestro sufi, loshaykh  Mehmet Zahid Kotku (1897-1980) della moschea İskanderpaşa di Istanbul, affiliata ad uno dei rami della Naqshbandiya, a sua volta la maggiore confraternita  sufi mondiale. Fra i suoi allievi, seguaci di un’interpretazione dell’islam come elemento di modernizzazione soprattutto economica spiccano tre primi ministri: Turgut Özal, Necmettin Erbakan, che poi si è allontanato dalla confraternita per adottare posizioni rigidamente fondamentaliste, ed Erdoğan. L’AKP si è posto in un’ottica di integrazione e non di rottura con il passato. Fondamentale, in questo senso, è il processo di re-interpretazione dell’opera di Atatürk; infatti tra le novità della svolta che Erdoğan ha impresso all’islam politico turco dopo l’11 settembre 2001 vi è anche il tentativo di recuperare in una sintesi nazionale elementi dell’eredità di Atatürk, distinguendo fra giacobinismo e secolarismo, e tra “kemalismo” ed “atatürkismo”. Erdoğan sostiene che il secolarismo è accettabile come mezzo per portare la Turchia verso la modernità e l’Europa, ma non lo è in quanto un fine in sé, e questa sarebbe la visione del giacobinismo. Quindi una Turchia che, nel suo orizzonte politico, recupera l’islam ma che, allo stesso tempo, accoglie l’eredità kemalista scevra della sua radicalità.

Storia del Libano

ImmagineTempio di Bacco, Baalbek, Libano 150 D.C.

Di Francesco Villano

 

Dalle origini all’avvento dell’Islam

 

Una storia del Libano, come suggeriscono i teologici Scognamiglio e Naaman nel loro bel  lavoro: “Il Sogno del Libano, Unità e diversità per la pace e la giustizia”(Napoli,2005) non può iniziare se non partendo dalla mitologia, che ci illumina sulla vocazione profonda di questa terra. A Majdel, in provincia di Byblos, c’è una  grotta collegata al mito di Adonis, una leggenda siriana. Il re di Siria, Teia, aveva una figlia, Mirra, che spinta da Afrodite desiderò unirsi al padre in un rapporto incestuoso. Dopo undici notti Teia s’accorse dell’inganno della figlia e la inseguì per ucciderla. Mirra si mise sotto la protezione degli dèi, che la aiutarono trasformandola in un albero della mirra. Dieci mesi dopo, la corteccia dell’albero si aprì e ne uscì un bambino, che fu chiamato Adone. Afrodite, colpita dalla bellezza del neonato lo affidò segretamente a Persefone, perché lo allevasse. Ma anche Persefone fu conquistata dal bambino, e non volle restituirlo ad Afrodite. A questo punto fu necessario l’intervento di un arbitro esterno per dipanare la questione. Zeus o Calliope in sua vece presero la decisione di affidare Adone per un terzo dell’anno ad Afrodite, per un altro terzo a Persefone e per l’ultimo terzo si decise di lasciare completamente libero Adone di scegliere da solo dove vivere. Adone scelse di passare sempre due terzi dell’anno con Afrodite, e uno solo con Persefone. In seguito la collera di Artemide spinse un cinghiale ad attaccarlo e, durante una partita di caccia , quest’ultimo uccise Adone. A Byblos passava un fiume, chiamato l’Adone – Afqah, oggi chiamato Nahr Ibrahim –, che ogni anno prendeva una coloritura rossa il giorno in cui si celebrava la morte d’Adone. È chiara l’origine semitica di questa leggenda, visto che il nome Adone (in greco Adonis) riproduce l’ebraico Adonai (Signore). Il Libano, quindi, è la terra di Adone, o meglio, di Adonai. Lì il Signore ha riposto il suo sogno di pace. In uno degli hadith del profeta dell’islam, Maometto, si cita il Libano come “uno degli otto monti che porteranno il trono il giorno del giudizio”, mentre in un altro si riferisce alla salita effettuata da Ibrahim (Abramo) sul Libano e le parole da lui udite «Guarda, tutto quello che vedono i tuoi occhi è santo».

Il Libano si estende sulla sponda orientale del Mediterraneo ed è attraversato da nord a sud da una catena montuosa che delimita, a ovest, una stretta fascia costiera: regione in cui è maggiore la densità di popolazione e dove sono sorte le città principali (Tiro, Sidone, Byblos…) ricche di storie, di tradizioni culturali e di miti. Il Libano è stato la terra degli antichi Fenici, cultori del mito di Tammouz (che corrisponde al mito greco di Adone, identificato in Egitto con il dio Osiride) e di Ishtar (dea dell’amore e della fecondità). L’attuale Libano è il frutto dell’incontro tra diverse civiltà orientali e di molteplici e antiche tradizioni religiose, giunte fin lì al seguito dei vari dominatori che si sono succeduti nel corso del tempo: egiziani, aramei, cananei, assiri, babilonesi, turchi ed anche europei (inglesi e francesi).

Dal 3000 a.C. al 1946 d.C. (anno dell’indipendenza del Libano ) si sono susseguite in territorio siro-libanese innumerevoli etnie che hanno modellato (in senso culturale, politico, economico e religioso) tale ambiente; dalla corrente migratoria di semiti di lingua accadica (3000 a.C.) agli hittiti (1620 a.C.); dall’occupazione egiziana del faraone Tutmosis III (1480 a.C.) ai popoli del Mare che, dalle isole Egee e dall’Asia Minore, scesero sulla costa mediterranea di Canaan, anche se poi sconfitti dal faraone Ramesse III (1168 a.C). In seguito si ebbe l’impero assiro con Tiglat-Pilezer I, e il suo declino con l’incursione babilonese in territorio siriano (626-605 a.C.); poi ancora il dominio del re persiano Ciro (559 a.C.), la conquista di tutta l’Asia Anteriore di Alessandro Magno (336-325 a.C.), l’occupazione romana con Pompeo (64 a.C.), il ritorno del potere persiano a opera del re Sapore I (260 d.C.) e di quello romano (395 d.C.). Con la decadenza dell’impero romano si riattivarono nuovi “appetiti”, sia bizantini che persiani, ma l’arrivo del Califfo Omar impose un nuovo ordine in tutta l’area.

 

Tra arabi e turchi

La dinastia arabo-islamica degli Omayyadi regnò a Damasco dal 661 al 750 d.C.; in seguito il potere fu preso dai califfi Abbassidi che spostarono la capitale a Baghdad (750-969 d.C). Nella parte più settentrionale del Libano, gli arabi ricevettero le prime sconfitte e, alla tolleranza dei primi califfi arabi, si sostituì l’intransigenza dei turchi, che, arruolati nell’esercito abbasside, divennero i veri detentori del potere, detronizzando a loro piacere i califfi e perseguitando ogni gruppo che non si richiamava all’islam sunnita. Il Libano fu sconvolto da continue lotte e nel 969 i Fatimidi d’Egitto (dinastia sciita ismailita), instaurarono un califfato in contrapposizione a quello abbasside e riuscirono a conquistare la Siria meridionale e la Palestina. Dal 1075, e per i successivi venti anni, si impongono in Libano i turchi selgiuchidi. Poi, in seguito, arrivarono i crociati che occuparono l’area per circa un secolo, fino a quando non furono sconfitti dalla controffensiva musulmana. Il 1516 segna la data dell’annessione della Siria e della Palestina ai turchi ottomani; da questo momento il Libano, soggiogato dai turchi, sarà diviso in feudi dominati da varie famiglie: Assaf, Saifa, Chehab. In effetti l’impero ottomano riuscì, in circa un secolo, a porre sotto la sua sfera di influenza quasi tutto il mondo arabo; e per i successivi quattro secoli  la situazione rimase immutata. Nel 1500 il Libano è tra i principali centri di resistenza al dominio della  “Sublime Porta”. L’esercito del sultano Selim I entrò in  Libano nel 1516, ma l’amministrazione della regione fu affidata all’emiro Fakhr ed-Dìn I (1516-1544), che fu in seguito ucciso dal pascià di Damasco a causa del tentativo fatto di non pagare il tributo. Con l’avvento dell’emiro Fakhr ed-Dìn II, accorto uomo d’affari e fine diplomatico, le cose migliorarono, ma l’esito negativo della rivolta contro i turchi del 1613 lo costrinse a riparare in Italia. Facardino il Grande si contraddistinse per la sua politica indipendentista, tesa all’unificazione e alla piena sovranità dell’intero territorio libanese.; tra l’altro è suo il  merito della rinascita artistica di Beirut e Sidone. Ritornato in Libano dall’esilio europeo, ottenne ancora dei successi che però si rivelarono ben presto effimeri, poiché con l’arrivo al potere del sultano Murad IV, fautore di una implacabile azione militare nei confronti del territorio siro-libanese, il Facardino non ebbe più scampo e la sua parabola terrena si concluse ad Istanbul, dove fu decapitato, il 13 aprile del 1635. Dopo la sua morte i turchi dovettero fronteggiare ulteriori rivolte, ma solo nel 1711 il Libano riuscì ad ottenere una certa autonomia politica ed economica. La guerra russo-turca (1768-1774) offrì ai paesi arabi l’occasione di emanciparsi dal potere turco; per motivi geopolitici le potenze europee erano  favorevoli ai movimenti di liberazione dei paesi arabi e dei Balcani; così, nel 1769, Ali-bey el-Kabir, governatore dell’Egitto, si proclamò indipendente dai turchi e sovrano dell’Egitto. Le truppe egiziane diedero il via a un’insurrezione in Siria, occupando Damasco e Saida, ma un tradimento da parte dei generali mamelucchi la fece fallire. Nel 1799, Napoleone, durante la Campagna d’Egitto e di Siria arrivò alle porte di Akka e l’assediò, ma non riuscì a conquistarla a causa della peste che colpì il suo esercito.

 

L’Età contemporanea

Dal 1804 al 1840 il Libano fu governato dell’emiro Bechir II (di origine sunnita e convertito al cristianesimo per motivi politici); con lui la regione conobbe un lungo periodo di pace, di crescita economica e culturale. Nel 1840, dopo molte controversie e lotte, Bechir II abdicò in favore di Bechir Qassem Chehab, che assunse il nome di Bechir III.

Allargando un attimo lo sguardo alle vicende dell’impero ottomano nel suo insieme, notiamo come esso aveva, già  dal 1683, iniziato a percorrere il viale del tramonto. Secondo un’espressione attribuita allo zar di Russia Nicola I era definito come:”l’uomo malato d’Europa”. Per tentare di arrestare questo processo dalle molteplici cause i sultani, sin dall’inizio del diciottesimo secolo, iniziano a guardare ai progressi che la modernizzazione aveva portato all’Europa e intraprendono un graduale percorso di riforme che troverà, durante il diciannovesimo secolo (1839) la propria concretizzazione con le Tanzimat (“riorganizzazioni”), ribadite ed estese dal decreto del 1856. Con le Tanzimat furono abolite le discriminazioni giuridiche; tutti i sudditi di qualunque religione avrebbero condiviso una paritetica cittadinanza ottomana. Furono intraprese riforme nel campo dell’istruzione; si svilupparono la stampa, le ferrovie e la telegrafia. Nel Medio Oriente ci furono anche trasformazioni economiche che favorendo gli scambi commerciali con l’Europa portarono alla costruzione di infrastrutture (canale di Suez, porto di Alessandria e collegamento stradale tra Beirut e Damasco) che facilitavano tali rapporti. Ma, in ogni caso e a dispetto degli sforzi fatti, il sistema capitalistico non riuscì a decollare nella realtà araba che divenne sempre più dipendente dalle potenze occidentali. In effetti la notevole presenza di capitale straniero trasformò i paesi arabi in vere e proprie colonie.

Il Libano moderno nasce da un crogiuolo di conflitti, rivalità, inimicizie, ma anche, al positivo, dalla rinascita culturale araba (Nadha), avviata già prima dei notissimi Khalil Gibran e Mikhail Nuaime.  Fondamentale l’opera di Boutrus Bustani (1819-1883–un cristiano maronita convertito poi al protestantesimo): fu scrittore, pubblicista ed attivo in ogni ambito sociale e politico; fondò a Beirut la prima scuola nazionale araba e due giornali in arabo: La squilla di Siria e I Giardini. Pubblicazioni pionieristiche che permisero al popolo di venire direttamente in contatto con questioni di natura politica, sociale, economica e culturale. Bustani si prodigò per lo sviluppo di una lingua araba letteraria sensibile alle novità del tempo, chiamata a confrontarsi con le scienze e i sistemi culturali dell’occidente; compilò anche un voluminoso dizionario della lingua araba e un’enciclopedia in sette volumi. Nasif Yaziji (1800-1871) è l’altro pilastro del contesto culturale del Libano moderno; amico di Boutrus Bustani, Nasif contribuì alla rinascita della lingua letteraria araba e della letteratura araba, opponendosi ad ogni forma di fanatismo religioso e predicando l’unione degli arabi. Insieme ai loro discepoli, Butrus e Nasif fondarono nel 1857 a Beirut la società scientifica siriana, che riuniva vari intellettuali arabi al di là di ogni steccato religioso. Furono entrambi seguaci del movimento illuminista poiché sembrava essere l’unica via di liberazione dal feudalesimo, dai settarismi e per ottenere una vera indipendenza dal dominio turco e dalle potenze europee. Durante il diciannovesimo secolo Francia e Gran Bretagna si interessano sempre più ai paesi arabi e specialmente al Libano (nel 1860 i francesi, prendendo a pretesto il massacro della comunità cristiana maronita da parte dei drusi (setta-musulmana), strapparono al sultano l’istituzione di una regione autonoma, fra i monti e il mare, all’interno della Grande Siria, denominata: provincia cristiano-maronita del Monte Libano) e alla Siria, al punto da favorire ogni sorta di nazionalismo indipendentista nei riguardi dell’ormai debole governo ottomano. Il nazionalismo arabo era presente non solo in Libano e in Siria ma in tutti i paesi arabi che desideravano l’emancipazione dalla Sublime Porta. Nacquero società segrete di carattere politico-culturale, finalizzate a provocare un risveglio tra i popoli arabi. In seguito agli esiti della prima guerra mondiale, favorevoli alla  Francia e alla Gran Bretagna, e agli accordi di pace di Versailles, il Libano venne assegnato, come Mandato, alla Francia che ottenne anche una parte della Siria, l’Iraq settentrionale e una parte dell’Anatolia. In effetti i paesi arabi solo in seguito riusciranno ad ottenere una vera e propria autonomia politica.

Nel settembre del 1920 si costituisce il Grande Libano comprendente la provincia cristiano-maronita del Monte Libano, e i territori, a forte presenza musulmana, di Tiro, Sidone e Tripoli, insieme a Beirut; un vero e proprio mosaico etnico-religioso (in quest’area hanno vissuto per molti secoli comunità ben distinte e compatte: maronite, malachite, ortodosse, armene, siriache, caldee, ebraiche, druse, sunnite e sciite). Incorporando la zona musulmana della Bekaa nella circoscrizione amministrativa libanese, la supremazia numerica dei cristiani, che in precedenza era forte e determinante, si riduce al 51 per cento circa. La costituzione del 1926 teneva conto della variegata e molteplice composizione della società e ne favoriva le sviluppo di tutte le sue parti, anche se alcuni emendamenti e la prassi successiva videro i cristiani prevalere nell’assegnazione delle più importanti cariche istituzionali. I venti anni del mandato francese rappresentano, per il Libano, un tempo di crescita e di sviluppo economico, nonché culturale, grazie alla nascita di scuole e università fondate dalle congregazioni religiose, come i gesuiti. E’ doveroso ricordare il ruolo decisivo nella formazione culturale libanese che è stato svolto dalla comunità cristiana protestante che riuscì a insediarsi in Libano grazie alla protezione e ai finanziamenti della Gran Bretagna, della Germania e di congregazioni americane. A loro si deve la creazione di un collegio protestante siriano (l’attuale Università Americana di Beirut) e  la costituzione di diverse istituzioni scolastiche di lingua inglese.

Nel 1932 nasce il Partito popolare siriano, caratterizzato da un forte nazionalismo e promotore della totale indipendenza e unione di Libano e Siria; ma i musulmani libanesi e i cristiani maroniti, a questo progetto unificante preferiscono il mandato francese, in attesa di ottenere la completa sovranità del proprio Paese. Del resto, la Francia, preoccupandosi dei propri interessi geo-strategici aveva favorito la rivalità tre Damasco e Beirut, per cui il Libano si sentiva altro rispetto al resto della Siria. Si creò così una barriera artificiale fra due territori che sotto l’impero ottomano erano stati legati da stretti rapporti economici e amministrativi, e si consolidarono le basi di una tensione che dura ancora oggi. Un anno dopo  la fine della seconda guerra mondiale, nel 1946, il Libano ottiene l’indipendenza. La storia del Libano indipendente è stata finora caratterizzata da una profonda instabilità, dove gli equilibri, fragili, tra le varie componenti etnico religiose che abitano il Paese, sono spesso saltati, dando origine a feroci e lunghe guerre civili dove le dinamiche interne, già conflittuali di per sé, sono state cavalcate dagli altri attori regionali (in particolare: Israele, Siria e Iran), che non si sono fatti alcuno scrupolo di perseguire i propri interessi sulle spalle del martoriato popolo libanese, anche con interventi diretti e con le più pretestuose giustificazioni. A conferma di quanto detto si veda il tentativo attuale di coinvolgere sempre più il Paese dei Cedri nelle tremende sabbie mobili della guerra civile siriana, anch’essa caratterizzata dall’attiva presenza di forze combattenti straniere, foraggiate economicamente e finanziariamente da potenze regionali quali:Arabia Saudita, Qatar, Turchia, etc., mentre il regime di Assad è sponsorizzato dalla Russia e dall’Iran. Superfluo precisare che tutti perseguono i propri interessi egemonici  incuranti delle tremende sofferenze patite dal  popolo siriano.

Storia della Siria

I ribelli abbandonano Homs (Maggio 2014)

 

Di Francesco Villano

Dalle origini alla fine del dominio ottomano

La storia della Siria, sin dai tempi più remoti, è stata alquanto determinata dalla situazione geografica del paese, punto d’incrocio delle vie che collegano tra loro il Mediterraneo, l’India, l’Asia Minore e l’Egitto; per cui ha risentito dell’influsso delle più importanti civiltà dell’antichità: ittita, egiziana, assira, aramaica, babilonese e persiana. L’antico sito di Ugarit (6.600 a. C.) è tra i più importanti centri archeologici di tutto il Medio Oriente. Nel 333 a.C., con la sconfitta delle armate persiane di Dario III a Isso, la Siria entra a far parte dell’Impero di Alessandro Magno, e dopo la sua morte continua ad essere governata dai suoi luogotenenti. In seguito, nel 64 a.C. diviene provincia romana con Pompeo e gode di molta prosperità. Antiochia, la capitale, diviene, dopo Roma e Alessandria, la città più importante dell’impero; altre città come: Palmira, Bosra e Damasco, conoscono un notevole sviluppo. Nel III secolo d.C. i Parti invadono la Siria, ma sono respinti; a questo evento e a ciò che ne è seguito è legata la vicenda della celebre regina Zenobia. Sotto i Bizantini la Siria vive un periodo di decadenza. Invasa, in seguito, dai Persiani, è liberata (629 d. C.) da Eraclio che, poi, viene a sua volta  sconfitto dagli Arabi, che si impadroniscono (638) del Paese, che sotto la dinastia degli Omayyadi (658) diviene il centro dell’Impero arabo (669-750) con capitale Damasco. Nel 750 gli Omayyadi vengono soppiantati dalla dinastia degli Abbasidi che trasferiscono la capitale a Baghdad, segnando l’inizio della decadenza della Siria che passa prima sotto la dominazione dell’Egitto, poi dei Turchi Selgiuchidi e infine  dei crociati. Quando questi ultimi sono costretti a lasciare la Terra Santa, la Siria torna sotto il dominio egiziano e fino alla conquista dei Turchi Ottomani. Da questo momento in poi la Siria conosce, per circa quattro secoli, una progressiva ed inarrestabile decadenza economica e spirituale.

 

L’età contemporanea

Per avere una inversione di tendenza bisogna aspettare la seconda metà dell’ottocento e l’inizio del ventesimo secolo, caratterizzati da un forte risveglio di sentimenti nazionalisti. Nel 1918, con l’occupazione della Siria da parte delle truppe inglesi, tramonta la dominazione turca e l’emiro Feisal, appoggiato dalla Gran Bretagna che in questo modo cercava di onorare gli accordi stipulati durante la prima guerra mondiale, sale al trono. Però i Francesi, non condividendone la elezione, lo destituiscono e prendono il diretto controllo del Paese nella forma di “Mandato” della Società delle Nazioni (1922). Bisogna aspettare la fine della seconda guerra mondiale per vedere la Siria raggiungere la piena indipendenza. Purtroppo una costante instabilità politica, caratterizzata da continui colpi di stato, contraddistingue la storia del Paese fino al 1957, quando prende il potere il partito Baath, nazionalista, socialista e laico. Nel 1958, con l’Egitto, e sull’onda del panarabismo, dà vita alla Repubblica Araba Unita (RAU); questa esperienza si conclude dopo appena tre anni, dimostrando la fragilità dell’ideologico collante panarabo.

L’islam, ben presente, è stato sempre strettamente controllato dallo Stato, per cui esperienze di teocrazia sul modello saudita o di repubblica islamica sul modello iraniano, sono state sempre completamente assenti dall’orizzonte politico siriano. Mentre, l’essere sempre stato, sin dai tempi più remoti, crocevia dei tre monoteismi, ha fatto sì che nel paese e all’interno dalla cornice laica di riferimento, i seguaci delle tre fedi abramitiche vivessero in armonia e non in conflitto il loro essere ebrei, cristiani o islamici. E questo è, senza dubbio, uno dei più alti contributi culturali che il paese ha offerto e offre al mondo intero.   Sconfitta da Israele nel 1967 (perse le alture del Golan) e nel 1973, ha nondimeno mantenuto un ruolo-chiave nel Medio Oriente e, dopo la presa del potere da parte di H.Assad (1971), è diventata la principale alleata dell’URSS nella regione. Intervenuta nel 1976 nella guerra civile libanese, ha di fatto messo stabili radici nell’aerea, condizionandone fortemente la politica. In realtà si può dire, e senza temere di essere smentiti, che quello siriano è stato un vero e proprio protettorato sul paese dei cedri. Nel 1990-1991 sostiene, durante la guerra del golfo, la coalizione contro l’Iraq, suo tradizionale avversario, favorendo così un cauto processo di distensione con gli Stati Uniti, oltre che con Israele. E’ interessante notare che anche in Iraq, fino alla sconfitta di Saddam Hussein, il potere è stato nelle mani del ramo iracheno dei baathisti. Nel 1997 Siria e Iraq annunciano la riapertura delle frontiere, chiuse dal 1982, a causa dell’appoggio siriano dato all’Iran nella guerra contro l’Iraq. Nel febbraio 1999 un referendum conferma Assad alla presidenza del Paese, e nel dicembre dello stesso anno riprendono, in vano, i negoziati tra Siria e Israele per definire la situazione delle alture del Golan. Il punto cruciale della querelle è che chi controlla il Golan detiene nelle proprie mani la gestione di buona parte di tutte le risorse idriche della Palestina. Nel giugno 2000 Assad muore e gli succede il figlio Bashar che si è formato culturalmente nelle università  inglesi. A livello internazionale si spera che, con questo cambio al vertice, cambi alquanto l’indirizzo della politica siriana, sia all’interno che all’esterno del Paese, anche se si è ben consapevoli che ci vorranno anni prima di vederne i frutti. La Storia procede nel suo farsi e, dopo gli attentati alle torri gemelle del 2001, la Siria mostra chiaramente di non condividere la politica mediorientale della presidenza Bush che di rimando la include tra i “Paesi canaglia”, nell’”asse del male”. Nell’aprile 2004 il Paese subisce un attentato terroristico di probabile matrice islamica., ma questo non basta a far cambiare idea agli Stati Uniti sulla reale natura del Paese, e nuove sanzioni economiche lo colpiscono. Nel febbraio 2005, dopo l’assassinio del premier libanese Rafik Hariri, di cui il governo di Damasco si suppone essere il mandante, la Siria, cedendo alle pressioni internazionali, decide di ritirare le sue truppe dal Libano, dopo circa trent’anni di”occupazione”, e nel maggio dello stesso anno annuncia la ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Iraq. Due anni dopo, con un referendum, Bashar viene riconfermato presidente. Il fatto che la Repubblica di Siria (più di 18 milioni di abitanti) sia una vera e propria repubblica dinastica, in cui la legittimità del potere è garantita da due fattori: la discendenza dal capostipite e l’appartenenza al partito Baath, è diventato tragicamente  palese a tutta la comunità internazionale da quando, nel marzo del 2011, sull’onda delle cosiddette Primavere arabe, ampi strati della popolazione hanno iniziato a rivendicare una maggiore autonomia e rappresentanza politica. La brutale risposta della dinastia e dei loro alleati politici, sia interni che esterni alla Siria, ha fatto inesorabilmente precipitare il Paese in una vera e propria guerra civile,una spirale di violenza cieca e brutale che ha finora causato più di centomila morti, feriti e milioni di profughi e di cui non si intravede neppur lontanamente la fine.

                                                                                                                              

                                               Bibliografia

1) S. Kassir, L’Infelicità araba, Einaudi ed., TO    2006, p.91.

2) M.Campanini, Storia del Medio Oriente (1798-2005), Il Mulino ed., BO 2006, p. 257.

3) S. Kassir, Beirut (Storia di una città), Einaudi ed., TO 2009, p.697.

4) R.Cristiano, Beirut-Libano (tra assassini, missionari e grands cafè), Utet ed., TO 2008, p.238.

5) S. Kassir, Primavere (per una Siria democratica e un Libano indipendente), Mesogea ed., Messina 2006, p.257.

6) E. Rogan,Gli Arabi (La storia avvincente delle speranze e delle delusioni di un popolo), Bompiani ed., MI 2012, p.768.

7) L.Trombetta, Siria (dagli ottomani agli Asad e oltre), Mondadori ed., MI 2013, p.342.

Le Primavere arabe. Una retrospettiva.

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Di Francesco Villano

Parlare oggi delle “Primavere Arabe” sembra un nonsenso, dato il fallimento quasi totale degli ideali e delle speranze che le hanno animate. Sembra che, Tunisia a parte, le forze controrivoluzionarie abbiano vinto dappertutto. L’Egitto è di nuovo nelle mani dei militari dopo la fallace esperienza di governo dei Fratelli musulmani. In Bahrein sono entrati i carri armati sauditi a schiacciare la rivolta; la Siria è lo scenario di una vera e propria carneficina, mentre la Libia si muove ancora su un pericolosissimo crinale, dove troppe forze divergenti si contendono il potere. Paesi che per secoli si sono fondati sul tribalismo, sui rapporti clanici e così via, non potevano generare dal nulla governi compiutamente democratici, o almeno qualcosa che potesse loro assomigliare, seppur da lontano. Per forza di cosa sarà un cammino arduo. Nondimeno il processo è iniziato e nuove e fresche energie sono state immesse nel fluire della Storia; a noi tutti coglierne il senso e la direzione ed aiutare il nuovo a manifestarsi, anche se ora, dopo circa tre anni e mezzo dal sacrificio di Mohammed Bouazizi, la sola Tunisia, come detto sopra,  sembra tenere ancora accesa la fiaccola della speranza. Ma ricordiamo ciò che ha dato il là alle Primavere:

Tutto è iniziato a Sidi Bouzid (Tunisia), il 17 dicembre del 2010, quando un giovane  di 26 anni, Mohammed Bouazizi, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco dopo  che la polizia che gli aveva confiscato il suo banchetto di frutta, sì abusivo ma sua unica fonte di sostentamento. Mohammed Bouazizi non era un semplice venditore ambulante, ma faceva parte di quel 50% di laureati disoccupati tunisini che non hanno alcuna speranza di poter trovare un‘occupazione, non solo in patria ma neanche nella dirimpettaia Europa, che ha chiuso loro le porte in faccia, per cui si adattano a tutto pur di sopravvivere. Il vedersi negata anche la possibilità di vendere frutta ha condotto il ragazzo al gesto estremo che ha trovato il suo triste e tragico compimento il 4 gennaio del 2011. Ma stavolta questo sacrificio non si è consumato nella sfera privata, ma è diventato il detonatore che ha fatto letteralmente esplodere le piazze tunisine, seguite da quelle: egiziane, yemenite, del Bahrein, libiche, siriane e della Malaysia. Da notare che anche l’Arabia Saudita, impermeabile a qualsiasi contestazione di massa, ha registrato delle timide forme di protesta, come quella delle donne che si sono messe al volante, nonostante il divieto che vige in tal senso. La grande novità è che la rivolta non è stata guidata da leader forti o popolari, non è stata organizzata da nuovi profeti, ma da semplici cittadini sconosciuti ai più. Altra caratteristica è  che le rivolte non si sono indirizzate verso colonizzatori, da cacciare ed espellere dal Paese, ma verso i loro propri governanti: dispotici, corrotti, oligarchi, violenti, incapaci e non desiderosi di volere davvero il bene dei loro popoli. A conferma di ciò è il vedere come nessuna bandiera americana o israeliana sia stata bruciata, e il non sentire nelle piazze slogan contro i “nemici tradizionali”. Ma allora chi ha animato queste “rivoluzioni”? Sono i giovani della classe media che desideravano imporre un’agenda che sembrava proprio quella  della grande Nahda, la rinascita araba di fine ottocento, che ebbe nello slogan della rivoluzione francese, “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”, il  proprio programma. Questi ragazzi volevano imporre un capovolgimento del paradigma novecentesco arabo: superamento del tribalismo, accantonamento del fondamentalismo islamico, priorità alla giustizia sociale e al rispetto della dignità umana.  Rispetto delle minoranze religiose, sia che appartengano in un modo o nell’altro al mondo islamico, sia che si tratti di cristiani, ebrei , etc. A tal proposito uno dei più apprezzati intellettuali arabi cristiani, Amin MAAlouf, già alcuni anni fa ebbe a dire:”…abbiamo bisogno di una cultura del vivere insieme…..”.

Questi giovani hanno usato face book, internet, gli smartphone, e hanno messo su youtube i video che i regimi non sono riusiti a censurare. Parlano arabo, ma anche inglese e si sentono cittadini del mondo. Anni fa la sociologa marocchina Fatima Mernissi, in un suo bel  libro intitolato “Islam e democrazia”, aveva già evidenziato le enormi possibilità che venivano offerte al mondo arabo dalle parabole, dai telefonini e da internet. Circa dieci anni dopo le sue intuizioni hanno trovato piena conferma. Venti o trent’anni fa un regime poteva ancora imprigionare mediaticamente il proprio popolo, ora questo non è più possibile. E sebbene oggi tutto o quasi sembra che sia andato storto, è legittimo continuare a sperare poiché la Storia, quella vera, si muove nel profondo e nel lungo periodo, secondo l’insegnamento del grande storico Braudel, e quindi è ancora lecito sperare!

Majdan è già Storia

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Gli eventi che hanno fatto tremare il nostro continente ed i protagonisti della rivoluzione.

di Domenico Villano

Il 21 Novembre il Presidente Janukovic fa sapere alle autorità di Bruxelles di non essere interessato a firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea. La sera stessa scendono a protestare in piazza dell’Indipendenza a Kiev gli studenti universitari con bandiere europee a intonare cori Anti-russi. Il 28 Novembre a Vilnius il presidente conferma l’annullamento dell’accordo ed a Majdan si rinfoltiscono le fila dei manifestanti, il movimento di protesta sembrava però destinato a scemare in vista delle Elezioni presidenziali del 2015, in cui le opposizioni avrebbero potuto giocare la carta del mancato accordo  per sconfiggere il Partito delle Regioni. La notte del 30 Novembre il presidente fa un enorme passo falso inviando le forze speciali(Berkut) a Majdan per disperdere i manifestanti. La feroce e ingiustificata violenza dei Berkut testimoniata dai volti insanguinati degli studenti scuote il paese. Già in mattinata 300mila persone scendono per le strade del centro e dopo aver tentato di occupare il palazzo presidenziale si concentrano a piazza Majdan dove vengono erette le prime barricate. La piazza resterà occupata ad oltranza, difesa dai volontari nazionalisti del gruppo “Autodifesa”: ne fanno parte reduci della guerra in Afghanistan, ex-berkut e giovani provenienti anche dalle regioni russofone. Queste forze di Autodifesa organizzeranno magistralmente la logistica della piazza, la difesa delle barricate, il soccorso medico, le mense e l’ordine pubblico tra i manifestanti. Con il passare dei giorni sembra che il movimento sia destinato a perdere consensi e la piazza si inizia a svuotare. Servirà un altro passo falso del Governo per rinfoltire le fila dei manifestanti: A metà Gennaio vengo approvate nuove leggi che limitano la libertà di stampa e i diritti dei manifestanti con il fine di sedare per sempre la rivolta. Invece sono proprio queste leggi restrittive a far inferocire i gruppi di estrema destra e di Ultras che si uniscono nella confederazione “Pravyj Sektor” (Settore Destro) e scendono in piazza armati, al fianco dei manifestanti. Il loro leader Dmytro Jaros è ora stato nominato vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale (il segretario è ora invece il leader di “Autodifesa”) essendo stata fondamentale l’azione del suo movimento per la vittoria di Majdan. Li caratterizza una ideologia ultranazionalista e Anticapitalista, radicalmente Anti-russa  e sospettosa nei confronti dell’Unione Europea. I militanti di Pravyj Sektor sono scesi in piazza per combattere l’imperialismo russo ma guardano con sospetto anche all’Unione Europea, in quanto entità capitalista. Ritengono che un accordo con l’Ue debba essere sottoscritto solo per neutralizzare le mire espansionistiche russe. In linea di principio sono però contrari all’integrazione nell’Ue. Essi aspirano a costruire una Ucraina Indipendente fondata sui valori della Fede Ortodossa, dell’Identità nazionale, della solidarietà tra i cittadini, in opposizione alla globalizzazione. Tra le fila dei militanti si incontrano numerosi tifosi ucraini di tutto l’universo Ultras della nazione, per definizione ostili a qualunque forma di autoritarismo. Gran parte degli Ultras sono figli dei primi anni d’indipendenza, senza alcun legame con il passato sovietico e portatori di una radicata identità nazionale. Tutti i gruppi Ultras sostengono la causa Ucraina ed hanno deciso di mettere da parte le rivalità calcistiche e combattere fianco a fianco per le strade della capitale. Le forze parlamentari d’Opposizione provano ad affermarsi come i leader del movimento con comizi in piazza, ma vengono ripetutamente insultati dai manifestanti che ormai hanno perso fiducia nell’intera classe politica. Gli stessi militanti ultranazionalisti criticano aspramente perfino il partito di estrema destra Svoboda. Torniamo alla cronaca degli eventi: Domenica 19 Gennaio nel gelo invernale c’è una grande folla a Majdan, i manifestanti decidono di voler conquistare il parlamento. All’altezza dello stadio della Dinamo vengono bloccati dal cordone di veicoli delle forze speciali ed inizia lo scontro. L’attacco viene guidato efficacemente da Pravyj Sektor con il lancio di Molotov e sanpietrini, cui rispondono i lacrimogeni, i proiettili di gomma e le granate stordenti dei Berkut. Si combatte giorno e notte tra i fuochi dei copertoni e dei veicoli bruciati fino a quando il 23 Gennaio viene diffusa la notizia(poi confermata) dell’uccisione di due manifestanti per colpi d’arma da fuoco. Con l’intervento delle forze politiche d’opposizione viene negoziata una tregua e vengono abrogate le leggi sull’ordine pubblico. Restano in piazza i manifestanti e si vedono a Majdan, ad invocare una pacificazione, anche i rappresentanti delle Quattro Chiese maggioritarie dell’Ucraina. Infatti, oltre alle enormi differenze regionali, la nazione ucraina presenta un complesso mosaico religioso cristiano: nelle regioni occidentali è diffusa la Chiesa greco-cattolica, in quelle centro-orientali la confessione di maggioranza è quella Ortodossa legata al Patriarca di Mosca, ma in tutto il Paese ci sono comunità religiose minoritarie legate alla Chiesa Ortodossa Autocefala e a quella Ortodossa del Patriarcato di Kiev. Continuano senza successo tentativi di mediazione fino al 18 Febbraio, giorno in cui inizieranno gli scontri più violenti. Oltre ai Berkut, scendono per le strade i Titusky, militanti volontari del Partito delle Regioni che iniziano a bastonare chiunque gli si pari davanti. Entrambe le fazioni iniziano ad utilizzare armi da fuoco e si contano decine di morti per le vie del centro in fiamme. I Berkut provano a sbaragliare definitivamente i manifestanti di Majdan ma sono bloccati dal fuoco di Pravyj Sektor che li costringe alla ritirata. La battaglia continua fino al 20 Febbraio, sia i manifestanti che i Berkut sono colpiti dal fuoco di cecchini di provenienza ignota, è una carneficina. A fine giornata si contano più di cento morti, ma l’epilogo è vicino. Janukovyc, dopo aver discusso con i ministri degl’esteri di Francia, Germania e Polonia decide di ritirare i Berkut dalle strade, li seguono le forze di sicurezza che presidiavano il palazzo presidenziale, le quali senza aver consultato il presidente abbandonano la città. Ormai Janukovyc è in fuga e la battaglia può dirsi conclusa. A Majdan restano ancora alcuni manifestanti, quasi a farsi garanti dell’agire del governo provvisorio in vista delle elezioni. Ancora oggi il destino dell’Ucraina è incerto, tra spinte separatiste, blocchi ultranazionalisti, poteri forti degli oligarchi e una crisi economica devastante.