Successo Smartphone

 

 

E’ da qualche tempo oramai, che mi interrogo sulle cause del successo di quegli aggeggini elettronici che ci ritroviamo nelle tasche. Di solito un prodotto di consumo, invece di cambiare la società, cerca di sfruttarla a suo vantaggio. L’ obiettivo di un bravo esperto marketing è quello di dimostrare che un prodotto ti serve ,che ne avevi bisogno da tantissimo tempo e che la tua vita era scarna ed incolore senza di esso. Insomma, l’oggetto in questione deve parere al consumatore come parte integrante del suo tessuto culturale, vicino a lui in ordine di idee. Lo smartphone, invece, ha in sé un totale e repentino cambiamento della società. Non credo sia mai successo, prima d’ora, che un prodotto di consumo sia riuscito a mutare così in fretta le abitudini di una società. La Tv ci ha messo un buoni trent’anni. Com’è stato possibile?
La questione che mi ponevo era questa: un prodotto deve dare l’impressione di sopperire ad un qualche bisogno. Ora, nello smartphone non riuscivo a trovare alcun elemento di utilità che potesse giustificarne un tale successo nella società antecedente alla sua discesa dal cielo.
Mentre facevo la doccia la risposta mi è giunta.
Lo smartphone è stato il primo prodotto di consumo che è riuscito ad espletare un bisogno impellente della nostra società. Nessun prodotto, infatti, prima di oggi, era riuscito a rendere i rapporti sociali un fenomeno di consumo.
Parliamone un po’.

Prima di oggi il consumo era penetrato fittamente nei rapporti sociali senza però riuscire a stravolgerli completamente, rendendoli anch’essi un prodotto di consumo. Si usciva ( e, malgrado gli ultimi cambiamenti, si esce ancora) a fare shopping. Si andava (e si va) al bar a bere un caffè o una birra. Ci si ubriacava, si cercava di avere rapporti sessuali, si andava tutti in pizzeria o da Mc Donald’s. Ora, nonostante il consumo fosse il mezzo attraverso cui avveniva il rapporto sociale, esso, nella sua sostanza e in massima parte, rimaneva inalterato per i seguenti motivi.

In primo luogo, la corporeità permaneva come base del rapporto: un atteggiamento psicologico annoiato o antisociale non poteva essere mascherato con una faccina sorridente. Ciò implicava che la comunicazione non poteva limitarsi ad una dimensione troppo superficiale. Quando si riesce a mascherare i propri sentimenti e le proprie emozioni e a sviare il rapporto comunicativo dalla propria situazione interiore ecco che avviene l’alienazione da ciò che si comunica. Quando quest’ultima entra in gioco nel rapporto, esso non può che ricadere in una fondamentale superficialità. Ora, fin quando il rapporto continua ad essere dal vivo, un totale mascheramento delle proprie emozioni non è possibile. La nostra corporeità, infatti, è anch’essa un linguaggio, un linguaggio che siamo in grado di controllare solo in minima parte.
Tale aspetto dei rapporti sociali rende difficoltoso l’adattarsi di questi ultimi ad un mero fenomeno di consumo. Questi ultimi infatti, devono essere caratterizzati dalla totale piacevolezza della loro fruizione. Non un ombra di tristezza o di un qualunque altro sentimento che non sia gioia od allegria può toccarli.

Vi è anche un secondo aspetto, più difficile da spiegare a chi non ha fatto esperienze di convivenza durature. Quando si vive tutti assieme o, più in generale, quando si ha un rapporto sociale più duraturo, entra in gioco una problematicità emozionale che non ha paragoni. In un rapporto sociale di consumo, se si prova fastidio a causa di una persona,  si può abbandonare con grandissima facilità il rapporto. Quando si è costretti a vivere con gli altri ciò risulta impossibile. L’uomo moderno ha una difficoltà enorme a ritrovarsi in questa situazione, abituato com’è a ritrovarsi da solo con i suoi prodotti di consumo, che obbediscono con tranquillità e faciltà ai suoi ordini. La solitudine ( intesa, dunque, come mancanza di rapporti sociali dal vivo) risulta essere la dimensione che più si confà al consumatore.
Da ciò deriva un sostanziale contrasto tra consumo e rapporti sociali veritieri e duraturi.

In terza istanza, l’ultima discrasia che individuo tra rapporto sociale e fenomeno di consumo è la durata. Con questo termine non si intende la quantità di tempo spesa in un rapporto. Un rapporto sociale può anche avere una durata limitatissima nel tempo. Si può parlare con un amico anche solo per un cinque ,dieci minuti. Il punto è che per tutti e dieci i minuti della conversazione si deve avere una attenzione continua nei confronti del tuo interlocutore. Risulterebbe alquanto strano se qualcuno, nel bel mezzo di una chiacchierata, si fermasse a guardare uno schermo luminoso. E questo, nel caso accada, può risultare deleterio per la chiacchierata in sé, e da ciò, deleterio per il rapporto di amicizia. A durare, in un rapporto sociale, deve essere la concentrazione. E chiaro che in un fenomeno di consumo questo non avviene. Anzi, proprio in virtù della gratificazione e del piacere che ci si aspetta da un prodotto di consumo, la fruizione di quest’ultimo deve essere limitatissima nel tempo. Da ciò deriva che l’attenzione di un consumatore non può che essere anch’essa parimenti limitata.

 

Da tutte queste motivazioni, deriva, quindi, il sostanziale contrasto tra consumo e rapporti sociali. A supporto di tale tesi vi possono anche essere alcune considerazioni di carattere storico. L’affermarsi del consumo, infatti, porta, nel novecento, ad un individualismo diffuso. Si potrebbe controbattere che tale ideologia nasca secoli prima, con la nascita della borghesia e con la sua presa di consapevolezza del settecento. Ciò è vero, ma, tuttavia, essa si comunica alle grandi masse solo quando il materialismo borghese si trasforma in consumo di massa. Avremo modo di approfondire tale tematica in altra sede.

Vediamo ora come il fenomeno dello smartphone riesca a convertire un rapporto sociale tradizionale in un fenomeno di consumo. Si noti bene, qui non si afferma che lo smartphone è un prodotto di consumo attraverso cui avviene il rapporto sociale. In altre parole, esso non è qui visto come un semplice prodotto che si compra in ordine di avere accesso al rapporto. Sotto questo punto di vista, lo smartphone sarebbe semplicemente equiparato ad un caffè con gli amici. Se vuoi parlare con gli amici, devi comprare il caffè, perché anch’essi lo comprano.
L’esperienza smartphone comporta conseguenze completamente nuove e sconvolgenti rispetto al consumo come semplice mezzo del rapporto. Esso ha sconvolto il rapporto sociale nella sua essenza, rendendolo, appunto, consumo.

 

In primo luogo, è essenziale la possibilità che esso ci offre di comunicazione a distanza. La distanza, in questo, caso, non è solamente spaziale. Il telefono ci permette allo stesso modo una comunicazione a distanza, ma esso conserva delle caratteristiche del rapporto sociale che lo smartphone tralascia (tono della voce, attenzione continua per la conversazione).
Mediante lo smartphone, la persona con cui comunichiamo è totalmente spersonalizzata, di essa non restano che brevi messaggi impressi su di uno schermo luminoso.
Grazie a tale spersonalizzazione è possibile eliminare qualsiasi componente emotiva dal rapporto comunicativo. E’ possibile esprimere una ristrettissima gamma di stati d’animo mediante comunicazione digitale, e la tristezza o la rabbia sono sempre viste in senso ironico.
Questa è una caratteristica essenziale di un buon prodotto di consumo: uno stato emotivo spensierato, privo di un qualunque picco passionale che possa influire negativamente sull’esperienza estatica del consumo. Tale positività, emergente da una costellazione di espressioni sorridenti, rappresenta, tuttavia, solo il terreno fertile per l’esperienza di consumo.
Il consumo vero e proprio, la gratificazione estatica, avviene al momento della ricezione del messaggio da parte del consumatore. Quando ci si accorge che è avvenuta una comunicazione, peraltro da una persona da cui lo desideravamo. Al suono del cellulare o all’ apertura della notifica, una “ piccola scarica di endorfina” viene liberata nel nostro corpo. Ed è così che, ricevuto un breve ma intenso appagamento, lo accantoniamo, richiudiamo l’apparecchio in attesa di un’altra gratificazione.  E’ molto interessante notare che sotto questo aspetto il contenuto della comunicazione passa totalmente in secondo piano. Non è importante cosa si comunichi, l’ importante è che si comunichi. Ciò che davvero importa è lo stabilire un contatto, magari con una persona importante per il proprio universo sociale, piuttosto che dirle davvero qualcosa. Del resto, in un rapporto comunicativo tra consumatori, in cui ciò che conta è la fruizione passiva del prodotto, una qualsiasi forma di creazione di contenuto implicherebbe una parte attiva in esso.

Ad una oggettivazione del rapporto sociale corrisponde, di pari passo, una oggettivazione del partner comunicativo. Se infatti, ciò che conta nei rapporti comunicativi è soltanto il riuscire a porsi ,appunto, in contatto, con una data persona, e ovvio che quest’ultima non risulterà altro che un obiettivo da raggiungere. Peraltro, essa è già, per la natura stessa, già descritta, dei canali comunicativi, totalmente spersonalizzata e privata di emozioni umane.

E’ quasi inutile osservare che la durata dell’attenzione dedicata al rapporto comunicativo è quasi nulla. Una volta ho affermato che le conversazioni digitali sono “infinite”, perché la conversazione non trova, appunto, mai una conclusione, ma essa viene procrastinata indefinitamente. Mi sbagliavo. In un rapporto comunicativo digitale la conversazione è frammentata in una miriade di miniconversazioni. Ogni messaggio costituisce una conversazione a sé, in quanto la gratificazione del rapporto viene espletata immanentemente. Ciò non ha nulla a che vedere con la durata temporale della conversazione. Si può anche dialogare digitalmente per ore intere eppure la conversazione risulta parimenti costituita di mini-nuclei concettuali ed ogni concetto viene espletato con pura superficialità. Durante un dialogo digitale, inoltre, si può distogliere continuamente la concentrazione, cosa totalmente (o ,oramai, parzialmente) impossibile in un dialogo dal vivo. Da ciò, risulta  che l’attenzione posta nel dialogo è totalmente frammentata. Si confà, insomma, totalmente, all’attenzione di cui ha bisogno un fenomeno di consumo.

Spero di aver espresso con necessaria chiarezza e con bastante dovizia di motivazioni la mia associazione tra comunicazione digitale e consumo.

In ultima istanza vorrei dare una interpretazione personale ad un paio di fenomeni osservati negli ultimi tempi alla luce di quanto detto fino ad ora.
Quando il consumo non era riuscito ad appropriarsi ancora dei rapporti comunicativi, questi ultimi non godevano di buona salute all’interno della società moderna. Era l’epoca dell’individualismo. Il consumatore non riusciva a porre nella propria ottica di consumo il rapporto sociale, ed in esso si trovava a disagio. A tutt’oggi è per molti di gran lunga preferibile rimanere a casa con i propri oggetti, piuttosto che uscire a prendersi un caffè con gli amici.

Oggi, invece, gli studi stanno mettendo in luce una “deindividualizzazione” dell’attore sociale. Io ritengo che tale fenomeno è dovuto al miracolo smartphone. Solo esso, infatti, è riuscito a trasporre, finalmente, i rapporti sociali in una dinamica di consumo. Ora il rapporto è di nuovo posto in un ottica comprensibile al consumatore, il quale in esso si trova ormai a suo agio. Ed oramai il comunicare è il prodotto di consumo più in voga della nostra società.
Chissà cosa direbbe oggi chi era convinto assertore della malvagità dell’individualismo.
Sarebbe contento di vedere in che modo esso è stato estirpato?
Lorenzo Villano

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Ecco spiegato tutto

Tutti sanno che in paradiso tutto si sa e tutto è visto.

Ciò che è meno noto ai più, invece, è che gli angeli non sanno tutto per innatismo ma anche essi sono tenuti ad informarsi da una fonte più alta. Per farla breve, in paradiso come quiggiù esistono i giornali.
Mentre però i nostri giornali narrano dei fatti avvenuti in passato, i celesti newspaper ( o meglio i novarum rerum folia  come preferiscono chiamarli lissù) trattano dei fatti ancora non accaduti.
Ogni mattina, dunque, l’Altissimo suole tenere una conferenza agli  angeli giornalisti i quali si affrettano a scrivere ciò che viene loro dettato e ad inviarlo alle redazioni dei folia .
Tutti gli angeli sono tenuti a leggere i folia, in quanto in essi vi è scritto cosa accadrà nella giornata.

La nostra storia comincia un bel mattino di primavera in paradiso (la cosa non è che ci dica molto, in quanto lì si è sempre nella bella stagione), poco prima della conferenza mattutina. Ci troviamo nelle Altissime Cucine, dette tali non tanto per la loro grandezza ( di certo considerevole), ma perché destinate ad un Altissimo Utilizzo. Agli Altissimi Fornelli ritroviamo due angioletti freschi freschi, giunti da pochissimo in paradiso. Si chiamano Giovanni e Gennaro, classe 1926,  e provengono dalla Sanità..
Non si sa se sono in paradiso per errore o per Altissima Indulgenza: la loro dipartita è stata causata da “ un piccolo screzio con la polizia napoletana”.
 Fatto ancora più strano, sono stati assegnati alle Altissime Cucine, incarico non da poco, in quanto l’ultima volta che l’Altissimo aveva avuto un po’ di acidità di stomaco, era accaduto il diluvio universale. Da allora Maria ha avuto un bel da fare per organizzare un dieta sana ed equilibrata all’Altissimo.

Nonostante tutte le precauzioni prese,  Giovanni e Gennaro sono ai Fornelli e si trovano nel bel mezzo di un’animata discussione. E’ Giovanni che comincia a parlare, mentre cammina freneticamente avanti e indietro per l’immacolato e marmoreo pavimento delle Altissime Cucine:

“ Genna’, ma tu ei capit’ nient’?? Ei capit aro’ c’ha mannat’ chill ch’e cchiav’?? ”
Gennaro è affianco ai Fornelli, seduto sull’ Altissimo Sgabello a preparare la Pesantissima Peperonata per l’Altissimo
:”No Giua’, i nagg’ capit’ nient’! O saj ca’ nu pparl o’ ngles.  Sacc’ sulamente ca chi s’adda magna’ sta cosa a pprimma matina ten’ nu ddio’e stommc !!”
– “ ma qu’o nglees’! Strunz’: chell’er latin’! c’hann mannat a ppriparà a merenn p’ Dio ‘n pezzon”
-“ Dio s’adda magnà stu cos’? E mo capisc’ pcché o munn va na chiavc’! E mo pcché l’amm appriparà nuje?”
-“ E si o sapess’ to dicess’, sce’. Mmo stonc’ pnzann ca i nun teng pop genj e fa sti ccos mmo mmo: ajer mann accis, e oggi già m’ mettn a faticà! C’ munn nfam! “
-“E’ nfam o ver’, eh?”   risponde Gennaro con aria assente, mentre si accinge a friggere i peperoni.
-“ Genna’, ma nuje n’amm’ penzà a sti’ccos, nuje c’amm addivertì! Già stonc’ penzann a na cos’ rre mij… Genna’, a vir chella buttegli’ e’ vodca? M’ej capit?”
-“ eh?”
-“ Genna’, m’eij capit’??”
-“ No Giua’ , ij nagg’ capit nient’! Ch’re sta vodca? O ssaj ca nu pparl o ngles!”
– “ Ma quo nglees! Strunz’,a vodca ten’ o l’alcoool, o spirit’!”
– “ O spirit’? E nuje ca c’amma fa co spirit’?”
– “ O mmettim’ arint e peperune!”
-“ Int’ e peperune?! Ma c’ esse fa mmal a Ddio?!”
–  “ Ma quo mal’! Chill e na cosa sola, iss e o spirit!”
– “ Giua’ ma sì ssicur?”
-“  Gennà, nun me scassà o fravaj e miett’ sta vodca!”

E’ facile immaginare che con questa battuta finale Giovanni vinse la discussione e ottenne ciò che voleva:  i peperoni  furono imbottiti di vodka. Smisero solo quando la bottiglia fu terminata

In quel mentre, entrò l’Arcangelo Deputato alle Cibarie Divine:
-“Insomma, cos’è tutto questo baccano? Abbiamo una tabella di marcia da rispettare qui! Anche se in paradiso il tempo non esiste, non possiamo mica sprecarlo in questo modo! Suvvia, se avete terminato di preparare il Divino Pasto portatelo nella Altissima Sala da Pranzo!”
I due si scambiarono un’occhiata preoccupata
-“ C’ l’amma purtà nuje?” chiese Giovanni
-“ E chi ce l’adda purtà, soreta?” rispose bruscamente l’Arcangelo, dimostrando l’interculturalità della religione.
 

Un altro rapido scambio di occhiate preoccupate e i due si decisero a muoversi. Scalarono l’Altissimo Sgabello, presero la Pesantissima Peperonata dal Fornello e si recarono nella Altissima Sala da Pranzo.
Giovanni tremava.

Non è che si vedesse molto dell’Altissimo nella Sala da Pranzo: c’era solo questa enorme e lunghissima barba grigia, due imponenti mani che reggevano coltello e forchetta in posizione verticale, nel gesto dell’affamato. Le mani erano poggiate su di un gigantesco tavolone di legno. Il corpo era coperto da una tunica immacolata. Tutto il resto dell’Altissimo era nascosto alla vista dei due: il viso era troppo in alto per essere scorto, nascosto da una coltre di bianche nubi.
Senza che Egli profferisse parola, gli fu posato in tavola il piatto, ed Egli cominciò a mangiare con voracità: nonostante fosse una peperonata come Giovanni e Gennaro non l’avevano mai vista, il piatto andava velocemente a svuotarsi.

-“ par’ ca nu s’accorg’ e nient’ ” bisbigliò speranzoso Gennaro
-“ eh, ma smiett’ e tremmà, ca si no c’ sgaman’; chill’ l’arcangelo ten’ na ddio e cazzimm’!”
effettivamente l’Arcangelo li squadrava insospettito da un po’.
Quando l’Altissimo ebbe terminato il Santo Pasto, si alzò e si diresse alla Sala Conferenze. L’Arcangelo spiegò loro l’importanza di questo momento:   il destino quotidiano dell’umanità vi dipendeva.
Gennaro, tuttavia, non stette ad ascoltarlo troppo: era alquanto preoccupato per l’andamento barcollante dell’Altissimo
-“ Giua’, chist’ c’ car’ ncuoll’!” Giovanni, tuttavia, lo zittì con una dolorosa gomitata all’addome.

La conferenza ebbe inizio.
Silenzio …  Poi Dio cominciò a parlare con quella sua voce cavernosa ed echeggiante che tutti conosciamo bene e poi …  risate!!!!!    Uno scroscio di risate proveniva dalla Sala Conferenze!
Risate?! Che diamine stava succedendo la dentro? Giovanni e Gennaro bloccarono un angelo giornalista e chiesero spiegazioni
-“ Dio sta dando i numeri! Sembra che da oggi a tutti verrà concesso il dono dell’intelletto.. persino alle donne!!”
Dopo un po’ ne venne fuori un altro, anch’esso di fretta
-“ Incredibile! Assurdo! Dio ha decretato che d’ora in poi nelle scuole sarà insegnato qualcosa per davvero! Come se servissero per imparare!”
D’improvviso tutti gli angeli giornalisti lasciarono la Sala: Giovanni e Gennaro furono travolti da una moltitudine festante. L’ultimo che videro fu l’Arcangelo che urlò loro
-“ Guagliù, currit’ a v’ juca’ a bullett’! Staser o’ Bbrasil’ perde sette a uno!!!!!”

Digressione

OSTERIA BORGO ANTICO

antica-osteria-del-borgo

Continuiamo oggi il nostro tour alla scoperta dei ristoranti convenzionati dell’Adisu Federico II, sollecitando i nostri colleghi studenti a fornirsi della agognata Smart Card. Oggi siamo ai piedi del Maschio Angioino.

OSTERIA BORGO ANTICO

 

  • Voto = 7
  • Posizione = Rua Catalana, 60 (incrocio con Via Depretis)
  • Personale = 7.5
  • Porzioni = 7
  • Qualità = 7.5
  • Locale = 6.5
Arriviamo sotto una pioggia scrosciante all’Osteria del Borgo, situata nei pressi di Piazza Borsa, in una posizione non conveniente per gli studenti di Scienze Sociali(venti minuti a piedi) ma strategica per gli studenti di Giurisprudenza e Lettere. Il locale è piccolo ma accogliente, al nostro arrivo siamo stati accolti con rispetto e gentilezza. A nostra disposizione tre menù completi e una discreta varietà di pizze, qui non mancano wrustel, patatine, salsicce e friarielli. I primi e i secondi piatti sono di livello decisamente superiore agl’altri ristoranti da noi visitati, le pizze discrete. Anche qui ad una nostra sollecitazione, ci viene negata la frutta che ci spetterebbe di Diritto! Il proprietario c’ha detto che solo pochi studenti bazzicano il suo locale, quindi vi invitiamo a provarlo. Buon Appetito!

“We are happy” to be Neapolitan supporters

Stadio_San_Paolo

Siete mai stati tifosi del Napoli? C’è chi dirà “io lo sono da sempre”, chi invece “mai e poi mai!”, chi invece inneggerà al Vesuvio, e chi invece dirà “no, ma mi piacerebbe esserlo, anche solo per un giorno”. Ecco, a questa persona io dedico l’articolo, anche se dovesse essere solo UNA persona in mezzo al mare magnum dei calciofili, perché vorrà dire che è un po’ più intelligente della media nazionale che ormai ritiene Napoli il ricettacolo del peggio del peggio. Perché proprio il Napoli? Prima facile risposta: sono di Napoli e tifo Napoli. E grazie, direte. Seconda: ho tifato, tifo, tiferò Napoli sempre, comunque e dovunque. Stavolta niente grazie, questa risposta è un po’ meno scontata. Potreste pensare: “Ecco il solito predicone della serie “Io in Serie C c’ero”, “Io sono andato a Lanciano e Martina Franca” etc. etc. NO. Anche perché, praticamente parlando, non potevano essere tanti coloro a presenziare fisicamente in quei borghi apulo-abruzzesi nel lontano biennio 2004-2006, ed infatti io sono uno di quelli che NON c’era. Ma non divaghiamo, io intendo ben altro.

Per me essere tifoso del Napoli non è una scelta, né una necessità dettata dal bisogno di occupare un paio d’ore delle mie domeniche e, specie negli ultimi anni, pure un altro paio di ore di un giorno infrasettimanale a caso (meglio martedì o mercoledì però, capisc’ a mme), e neanche il bisogno di avere un argomento in più di cui parlare, così, senza troppa attenzione e voglia. Di nuovo NO. Essere tifosi del Napoli per un napoletano è di più, essere tifoso del Napoli per un napoletano vero è come respirare. Non te ne accorgi neanche, ma lo fai. Se vuoi, puoi interrompere il respiro, ma dopo pochi secondi, a meno che tu non sia un apneista, devi tornare a respirare. E per il Napoli è lo stesso: un tifoso vero del Napoli può dimenticarsi del Napoli uno, due giorni, magari il martedì e il mercoledì quando non ci sono le coppe, ma automaticamente dopo quei due giorni la testa e il cuore sapranno, anche nelle più banali azioni quotidiane, che la domenica o il sabato ce sta ‘a partit’. Non c’entra col fatto che De La cacci i soldi o meno, che Benitez metta Inler un po’ troppo spesso (mannacc’ a te Rafè), o che Higuain ten’ ‘nu poc’ e panzell’ (Pipita, meno mozzarelle!), non c’entra con niente.

La prova per capire come si è veramente tifoso del Napoli? La prova del tremolìo. Chi non ha mai provato almeno una volta nella sua vita da tifoso quella sensazione di tremore ogni volta che la squadra avversaria si avvicina alla porta azzurra? Io, da piccolo, sempre. Ora un po’ meno, un po’ perché sono cresciuto, un po’ forse perché, grazieaddela, siamo forti, e avere paura o timore anche del Sassuolo o del Livorno sarebbe un po’ infantile (intanto c’hanno tolto 2 punti a testa, direte). Ma nelle notti di Champions, maronn’ e che paura davanti ai vari Reus, Lewandowski ed Ozil.

Essere tifoso del Napoli è anche (permettetemi di scadere un po’ nel banale) girare per Napoli in una giornata di sole dopo una vittoria e vedere guaglioni dei bar, baristi, passanti ed annessi vecchietti da bar bazzicare insieme, parlare ed esaltare gesta di persone che manco conoscono e che elevano a dèi scesi in terra (in caso di vittoria) o che abbassano a scarsoni venuti da chissà dove (nel malaugurato caso opposto di sconfitta). Sì, perché il tifoso napoletano è assai, assai umorale, e non è un luogo comune. Si può passare tranquillamente da un “ma guard’ a ‘stu scem’ ‘e Insigne, chi se cred’ d’essere” al “marò quant’è forte stu piccirill’, è il nostro orgoglio” nel giro di pochi nanosecondi a seconda delle giocate, ad onor del vero assai altalenanti già di loro.

Al fantomatico e forse inesistente tifoso di cui sopra dico tutto questo, invitandolo a trascorrere una settimana ospite di un tifoso napoletano vero ( non tardo a sottolineare questo) e vedere come tifare Napoli sia a volte così naturale che ti scordi perché lo fai e non capisci, se ci pensi, perché esulti come un pazzo ad ogni gol del Napoli, come qualsiasi altra persona esulterebbe se gli venissero accreditati per sbaglio sul conto corrente cento milioni di euro. Ah, a proposito, ultimissima cosa: il vero tifoso napoletano è quello che alla domandaMa preferiresti lo scudetto del Napoli o vincere al superenalotto?” ci penserebbe, ripenserebbe, immaginerebbe nella sua mente a cosa potrebbe essere e alla fine, tornato sulla terra, risponderebbe: “Qual’era ‘a siconda scelta?

Renato Lorenzo Vitiello

Digressione

7 minuti per un fisico da spiaggia

12 esercizi in 7 minuti

12 esercizi in 7 minuti

Una sedia, due braccia, due gambe e 12 esercizi in 7 minuti: ecco una soluzione per chi non ha troppo tempo(e denaro) da dedicare all’attività sportiva, ma vuole un fisico da spiaggia…

Circa un anno fa’, un articolo pubblicato dal NYTimes su uno studio dell’American college of Sports medicine ha avuto una enorme risonanza mediatica poiché affermava che con 7 minuti al giorno di intensa attività di corpo libero si potessero ottenere gli stessi risultati di ore e ore passate a sudare in palestra. Ad un anno di distanza milioni di sportivi hanno confermato le enormi potenzialità del metodo 7minutes che oggi vi proponiamo:

  • Requisiti

Una sedia

7 minuti

Buona salute(soprattutto un cuore forte!)

  • Come effettuare gli esercizi

Per ogni esercizio(illustrato nella foto) compiere ripetizioni velocissime, prossime alla massima intensità possibile per 30 SECONDI

Tra un esercizio e l’altro pause brevissime non superiori ai 10 SECONDI

Anche se vi sentite doloranti e allo stremo delle forze non preoccupatevi..è Normale!

  • Suggerimenti

-non bere acqua prima o durante gli esercizi

-ascoltare musica durante i 7 minuti vi aiuterà(basti pensare che alla Maratona di New York sono stati vietati gli mp3 poiché potevano aumentare le prestazioni di alcuni corridori)

-Doccia di 7 minuti dopo i 7 minuti!

  • Link

http://well.blogs.nytimes.com/2013/05/09/the-scientific-7-minute-workout/?_php=true&_type=blogs&_r=0