Successo Smartphone

 

 

E’ da qualche tempo oramai, che mi interrogo sulle cause del successo di quegli aggeggini elettronici che ci ritroviamo nelle tasche. Di solito un prodotto di consumo, invece di cambiare la società, cerca di sfruttarla a suo vantaggio. L’ obiettivo di un bravo esperto marketing è quello di dimostrare che un prodotto ti serve ,che ne avevi bisogno da tantissimo tempo e che la tua vita era scarna ed incolore senza di esso. Insomma, l’oggetto in questione deve parere al consumatore come parte integrante del suo tessuto culturale, vicino a lui in ordine di idee. Lo smartphone, invece, ha in sé un totale e repentino cambiamento della società. Non credo sia mai successo, prima d’ora, che un prodotto di consumo sia riuscito a mutare così in fretta le abitudini di una società. La Tv ci ha messo un buoni trent’anni. Com’è stato possibile?
La questione che mi ponevo era questa: un prodotto deve dare l’impressione di sopperire ad un qualche bisogno. Ora, nello smartphone non riuscivo a trovare alcun elemento di utilità che potesse giustificarne un tale successo nella società antecedente alla sua discesa dal cielo.
Mentre facevo la doccia la risposta mi è giunta.
Lo smartphone è stato il primo prodotto di consumo che è riuscito ad espletare un bisogno impellente della nostra società. Nessun prodotto, infatti, prima di oggi, era riuscito a rendere i rapporti sociali un fenomeno di consumo.
Parliamone un po’.

Prima di oggi il consumo era penetrato fittamente nei rapporti sociali senza però riuscire a stravolgerli completamente, rendendoli anch’essi un prodotto di consumo. Si usciva ( e, malgrado gli ultimi cambiamenti, si esce ancora) a fare shopping. Si andava (e si va) al bar a bere un caffè o una birra. Ci si ubriacava, si cercava di avere rapporti sessuali, si andava tutti in pizzeria o da Mc Donald’s. Ora, nonostante il consumo fosse il mezzo attraverso cui avveniva il rapporto sociale, esso, nella sua sostanza e in massima parte, rimaneva inalterato per i seguenti motivi.

In primo luogo, la corporeità permaneva come base del rapporto: un atteggiamento psicologico annoiato o antisociale non poteva essere mascherato con una faccina sorridente. Ciò implicava che la comunicazione non poteva limitarsi ad una dimensione troppo superficiale. Quando si riesce a mascherare i propri sentimenti e le proprie emozioni e a sviare il rapporto comunicativo dalla propria situazione interiore ecco che avviene l’alienazione da ciò che si comunica. Quando quest’ultima entra in gioco nel rapporto, esso non può che ricadere in una fondamentale superficialità. Ora, fin quando il rapporto continua ad essere dal vivo, un totale mascheramento delle proprie emozioni non è possibile. La nostra corporeità, infatti, è anch’essa un linguaggio, un linguaggio che siamo in grado di controllare solo in minima parte.
Tale aspetto dei rapporti sociali rende difficoltoso l’adattarsi di questi ultimi ad un mero fenomeno di consumo. Questi ultimi infatti, devono essere caratterizzati dalla totale piacevolezza della loro fruizione. Non un ombra di tristezza o di un qualunque altro sentimento che non sia gioia od allegria può toccarli.

Vi è anche un secondo aspetto, più difficile da spiegare a chi non ha fatto esperienze di convivenza durature. Quando si vive tutti assieme o, più in generale, quando si ha un rapporto sociale più duraturo, entra in gioco una problematicità emozionale che non ha paragoni. In un rapporto sociale di consumo, se si prova fastidio a causa di una persona,  si può abbandonare con grandissima facilità il rapporto. Quando si è costretti a vivere con gli altri ciò risulta impossibile. L’uomo moderno ha una difficoltà enorme a ritrovarsi in questa situazione, abituato com’è a ritrovarsi da solo con i suoi prodotti di consumo, che obbediscono con tranquillità e faciltà ai suoi ordini. La solitudine ( intesa, dunque, come mancanza di rapporti sociali dal vivo) risulta essere la dimensione che più si confà al consumatore.
Da ciò deriva un sostanziale contrasto tra consumo e rapporti sociali veritieri e duraturi.

In terza istanza, l’ultima discrasia che individuo tra rapporto sociale e fenomeno di consumo è la durata. Con questo termine non si intende la quantità di tempo spesa in un rapporto. Un rapporto sociale può anche avere una durata limitatissima nel tempo. Si può parlare con un amico anche solo per un cinque ,dieci minuti. Il punto è che per tutti e dieci i minuti della conversazione si deve avere una attenzione continua nei confronti del tuo interlocutore. Risulterebbe alquanto strano se qualcuno, nel bel mezzo di una chiacchierata, si fermasse a guardare uno schermo luminoso. E questo, nel caso accada, può risultare deleterio per la chiacchierata in sé, e da ciò, deleterio per il rapporto di amicizia. A durare, in un rapporto sociale, deve essere la concentrazione. E chiaro che in un fenomeno di consumo questo non avviene. Anzi, proprio in virtù della gratificazione e del piacere che ci si aspetta da un prodotto di consumo, la fruizione di quest’ultimo deve essere limitatissima nel tempo. Da ciò deriva che l’attenzione di un consumatore non può che essere anch’essa parimenti limitata.

 

Da tutte queste motivazioni, deriva, quindi, il sostanziale contrasto tra consumo e rapporti sociali. A supporto di tale tesi vi possono anche essere alcune considerazioni di carattere storico. L’affermarsi del consumo, infatti, porta, nel novecento, ad un individualismo diffuso. Si potrebbe controbattere che tale ideologia nasca secoli prima, con la nascita della borghesia e con la sua presa di consapevolezza del settecento. Ciò è vero, ma, tuttavia, essa si comunica alle grandi masse solo quando il materialismo borghese si trasforma in consumo di massa. Avremo modo di approfondire tale tematica in altra sede.

Vediamo ora come il fenomeno dello smartphone riesca a convertire un rapporto sociale tradizionale in un fenomeno di consumo. Si noti bene, qui non si afferma che lo smartphone è un prodotto di consumo attraverso cui avviene il rapporto sociale. In altre parole, esso non è qui visto come un semplice prodotto che si compra in ordine di avere accesso al rapporto. Sotto questo punto di vista, lo smartphone sarebbe semplicemente equiparato ad un caffè con gli amici. Se vuoi parlare con gli amici, devi comprare il caffè, perché anch’essi lo comprano.
L’esperienza smartphone comporta conseguenze completamente nuove e sconvolgenti rispetto al consumo come semplice mezzo del rapporto. Esso ha sconvolto il rapporto sociale nella sua essenza, rendendolo, appunto, consumo.

 

In primo luogo, è essenziale la possibilità che esso ci offre di comunicazione a distanza. La distanza, in questo, caso, non è solamente spaziale. Il telefono ci permette allo stesso modo una comunicazione a distanza, ma esso conserva delle caratteristiche del rapporto sociale che lo smartphone tralascia (tono della voce, attenzione continua per la conversazione).
Mediante lo smartphone, la persona con cui comunichiamo è totalmente spersonalizzata, di essa non restano che brevi messaggi impressi su di uno schermo luminoso.
Grazie a tale spersonalizzazione è possibile eliminare qualsiasi componente emotiva dal rapporto comunicativo. E’ possibile esprimere una ristrettissima gamma di stati d’animo mediante comunicazione digitale, e la tristezza o la rabbia sono sempre viste in senso ironico.
Questa è una caratteristica essenziale di un buon prodotto di consumo: uno stato emotivo spensierato, privo di un qualunque picco passionale che possa influire negativamente sull’esperienza estatica del consumo. Tale positività, emergente da una costellazione di espressioni sorridenti, rappresenta, tuttavia, solo il terreno fertile per l’esperienza di consumo.
Il consumo vero e proprio, la gratificazione estatica, avviene al momento della ricezione del messaggio da parte del consumatore. Quando ci si accorge che è avvenuta una comunicazione, peraltro da una persona da cui lo desideravamo. Al suono del cellulare o all’ apertura della notifica, una “ piccola scarica di endorfina” viene liberata nel nostro corpo. Ed è così che, ricevuto un breve ma intenso appagamento, lo accantoniamo, richiudiamo l’apparecchio in attesa di un’altra gratificazione.  E’ molto interessante notare che sotto questo aspetto il contenuto della comunicazione passa totalmente in secondo piano. Non è importante cosa si comunichi, l’ importante è che si comunichi. Ciò che davvero importa è lo stabilire un contatto, magari con una persona importante per il proprio universo sociale, piuttosto che dirle davvero qualcosa. Del resto, in un rapporto comunicativo tra consumatori, in cui ciò che conta è la fruizione passiva del prodotto, una qualsiasi forma di creazione di contenuto implicherebbe una parte attiva in esso.

Ad una oggettivazione del rapporto sociale corrisponde, di pari passo, una oggettivazione del partner comunicativo. Se infatti, ciò che conta nei rapporti comunicativi è soltanto il riuscire a porsi ,appunto, in contatto, con una data persona, e ovvio che quest’ultima non risulterà altro che un obiettivo da raggiungere. Peraltro, essa è già, per la natura stessa, già descritta, dei canali comunicativi, totalmente spersonalizzata e privata di emozioni umane.

E’ quasi inutile osservare che la durata dell’attenzione dedicata al rapporto comunicativo è quasi nulla. Una volta ho affermato che le conversazioni digitali sono “infinite”, perché la conversazione non trova, appunto, mai una conclusione, ma essa viene procrastinata indefinitamente. Mi sbagliavo. In un rapporto comunicativo digitale la conversazione è frammentata in una miriade di miniconversazioni. Ogni messaggio costituisce una conversazione a sé, in quanto la gratificazione del rapporto viene espletata immanentemente. Ciò non ha nulla a che vedere con la durata temporale della conversazione. Si può anche dialogare digitalmente per ore intere eppure la conversazione risulta parimenti costituita di mini-nuclei concettuali ed ogni concetto viene espletato con pura superficialità. Durante un dialogo digitale, inoltre, si può distogliere continuamente la concentrazione, cosa totalmente (o ,oramai, parzialmente) impossibile in un dialogo dal vivo. Da ciò, risulta  che l’attenzione posta nel dialogo è totalmente frammentata. Si confà, insomma, totalmente, all’attenzione di cui ha bisogno un fenomeno di consumo.

Spero di aver espresso con necessaria chiarezza e con bastante dovizia di motivazioni la mia associazione tra comunicazione digitale e consumo.

In ultima istanza vorrei dare una interpretazione personale ad un paio di fenomeni osservati negli ultimi tempi alla luce di quanto detto fino ad ora.
Quando il consumo non era riuscito ad appropriarsi ancora dei rapporti comunicativi, questi ultimi non godevano di buona salute all’interno della società moderna. Era l’epoca dell’individualismo. Il consumatore non riusciva a porre nella propria ottica di consumo il rapporto sociale, ed in esso si trovava a disagio. A tutt’oggi è per molti di gran lunga preferibile rimanere a casa con i propri oggetti, piuttosto che uscire a prendersi un caffè con gli amici.

Oggi, invece, gli studi stanno mettendo in luce una “deindividualizzazione” dell’attore sociale. Io ritengo che tale fenomeno è dovuto al miracolo smartphone. Solo esso, infatti, è riuscito a trasporre, finalmente, i rapporti sociali in una dinamica di consumo. Ora il rapporto è di nuovo posto in un ottica comprensibile al consumatore, il quale in esso si trova ormai a suo agio. Ed oramai il comunicare è il prodotto di consumo più in voga della nostra società.
Chissà cosa direbbe oggi chi era convinto assertore della malvagità dell’individualismo.
Sarebbe contento di vedere in che modo esso è stato estirpato?
Lorenzo Villano

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Disperazione e impeto

Ti confesso, caro lettore, che fino a ieri versavo in uno stato di profonda crisi interiore. Ciò è scaturito dalla constatazione che non mi è riuscito di cambiare il mondo. Com’è possibile?

Eppure ho pubblicato ben due articoli! il primo dei quali quasi due settimane fa!Ed invece nessuno sembra seguire i miei consigli: nessuno si prende la briga di uscire di casa per il solo gusto di farlo, né ho colto persona alcuna a fissare il cielo senza motivo.

Mi sono accorto di questa terribile verità osservando la mia vicina di casa: mi sono appostato dinanzi casa sua ( solo per scopi accademici, sia ben chiaro! ) ed ho notato che non getta alcuno sguardo al cielo al momento di varcare la porta di casa. Eppure nel mio ultimo articolo raccomandavo espressamente di farlo!
“Perlomeno è scesa di casa” pensai speranzoso, “ forse va a fare una passeggiata!”
Ed invece no! Non ha percorso neanche cento metri che si è infilata in un ufficio delle poste. Che noia le poste!
Insomma, era evidente che dei miei consigli non gliene importava un fico secco. Non mancai di notare che la cosa non riguardava solo la mia vicina, ma praticamente tutti coloro che mi capitassero a tiro.

Come ti dicevo , caro lettore, questi avvenimenti mi hanno gettato nel più grande sconforto. Tornai a casa in lacrime. Cosa poteva essere successo? Perché nessuno mi aveva ascoltato? Al culmine della disperazione, mi si insinuò in mente il pensiero che i miei articoli non fossero giunti al grande pubblico come pensavo. In fondo essi non sono che pubblicati su di una pagina con una sessantina di mi piace ( ed i più grandi sostenitori sono papà e mammà!). Insomma, a nessuno interessano le mie ricette per cambiare il mondo.

Accantonai, però, subito questa stupida idea, comprendendo che non era che dettata dallo sconforto, e dopo una notte insonne, mi giunse l’illuminazione. Pensai che forse, preso dalla foga di parlare della vita 1.0, ho dimenticato di spiegare le cose basilari su di cui essa si fonda. Ho fatto, in pratica, la fine di quei professori, i quali, avendo studiato la propria materia sin da tempo immemore, sono convinti che essa tratti di cose banali. E così ogni parola che essi pronunciano risulta assolutamente incomprensibile ai poveri studenti, i quali, assaliti dal tedio, gettano subito la spugna.
Nel mio caso, però, all’interrogazione non si può assolutamente arrivare impreparati! Non siamo certo a scuola! Qui le cose che si studia servono davvero! Ne va  della felicità delle persone!

E’ per questo, caro lettore, che a partire dal prossimo articolo, ti spiegherò i fondamenti basilari della filosofia di vita 1.0. Ti avverto però, di non prendere i miei insegnamenti  a cuor leggero: si tratta di cose grandi, ancestrali e sono probabilmente i più profondi costituenti dell’animo umano!  Te lo anticipo, caro lettore, si tratta di… muoversi.
Allora tieniti pronto, mi raccomando! Te lo dice uno che su queste cose filosofeggia da anni!
Dal canto mio, cercherò di essere chiaro ed sintetico, così che tu possa comprendere subito anche tutte le cose di cui ti ho parlato in precedenza.

Ci siamo capiti, allora? Bene, alla prossima!

Digressione

7 minuti per un fisico da spiaggia

12 esercizi in 7 minuti

12 esercizi in 7 minuti

Una sedia, due braccia, due gambe e 12 esercizi in 7 minuti: ecco una soluzione per chi non ha troppo tempo(e denaro) da dedicare all’attività sportiva, ma vuole un fisico da spiaggia…

Circa un anno fa’, un articolo pubblicato dal NYTimes su uno studio dell’American college of Sports medicine ha avuto una enorme risonanza mediatica poiché affermava che con 7 minuti al giorno di intensa attività di corpo libero si potessero ottenere gli stessi risultati di ore e ore passate a sudare in palestra. Ad un anno di distanza milioni di sportivi hanno confermato le enormi potenzialità del metodo 7minutes che oggi vi proponiamo:

  • Requisiti

Una sedia

7 minuti

Buona salute(soprattutto un cuore forte!)

  • Come effettuare gli esercizi

Per ogni esercizio(illustrato nella foto) compiere ripetizioni velocissime, prossime alla massima intensità possibile per 30 SECONDI

Tra un esercizio e l’altro pause brevissime non superiori ai 10 SECONDI

Anche se vi sentite doloranti e allo stremo delle forze non preoccupatevi..è Normale!

  • Suggerimenti

-non bere acqua prima o durante gli esercizi

-ascoltare musica durante i 7 minuti vi aiuterà(basti pensare che alla Maratona di New York sono stati vietati gli mp3 poiché potevano aumentare le prestazioni di alcuni corridori)

-Doccia di 7 minuti dopo i 7 minuti!

  • Link

http://well.blogs.nytimes.com/2013/05/09/the-scientific-7-minute-workout/?_php=true&_type=blogs&_r=0

Il movimento

Vittorio Corona Corsa ad ostacoli 1923

Vittorio Corona Corsa ad ostacoli 1923

Diceva Marinetti poco più di cento anni fa di voler con la poesia “esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale” ed anche noi di Glocalpress vogliamo oggi Futuristicamente parlare del Movimento.

Sì! noi esseri umani siamo proprio nati per muoverci, per faticare all’aria aperta, per utilizzare tutti quei muscoli e articolazioni che qualcuno/qualcosa/nessuno c’ha donato…

E come è bello muoversi! pensare che fino a pochi anni fa, se non ci si rimboccava le maniche e ci si metteva d’impegno a zappare, si rischiava di morire di fame..

Stranamente, ogni volta che faccio attività sportiva, s’impone alla mia mente un ottimismo che spazza via tutto il catrame di negatività…

Perfino gli scienziati se ne sono accorti: “l’attività fisica determina il rilascio nel nostro corpo di sostanze chimiche chiamate Endorfine, dotate di una potente attività  eccitante la cui azione è simile alla morfina e ad altre sostanze oppiacee” e pensare che muovendosi si vive più a lungo e ci si ammala più raramente..e quindi proprio qualcosa di economico, divertente e salutare al contempo!

Quindi cari lettori, non stiamo qui a sprecar altre parole, abbiamo capito che il segreto per essere felici nella vita è proprio la LOCOMOZIONE!

Perfino un depresso cronico come Kierkegaard ammetteva che dopo una bella passeggiata non era poi tanto male vivere.

Muoversi è la cosa più semplice del mondo e lo si può fare in tanti modi: Ballare, correre, passeggiare, fare l’amore, lavorare a maglia, cucinare, dipingere, fare qualsivoglia sport, suonare uno strumento musicale…è sempre movimento, più o meno faticoso, più o meno complesso, più o meno prolungato ma Movimento

Ma fateci caso, una volta terminate una qualsiasi di queste attività(ATTIVITA’ per l’appunto) siete decisamente, indiscriminatamente allegri e soddisfatti. Lo stesso non si può dire al momento di spegnere la tv, o dopo ore passate a scrollare la Home di Facebook.

Certo è difficile superare l’inerzia, ma una volta messo in moto il nostro organismo i risultati sono assicurati: anche se alle prese con maratone notturne pre-esame o incollati a una scrivania a causa di pratiche improrogabili, vi prometto che se inizierete anche solo a saltellare (oltre a esser presi per pazzi dai vostri eventuali colleghi) sarete travolti(forse esagero) dall’ottimismo e troverete energie insperate!

Forse in questa rubrica siamo un po’ ridondanti, ma a noi sta a cuore la Felicità del lettore, Muoversi!

Il cielo

Caro amico lettore,

l’ultima volta ti avevo parlato della pratica della passeggiata, ricordi? Bene,  se hai seguito il mio consiglio, in questo momento non puoi leggere questo articolo : sei nel bel mezzo di un viale alberato, con il sole che ti scalda e gli uccellini che cantano:  trallallallà. Se invece non mi hai ascoltato, ecco che ti sforno un altro incentivo a indossare scarpe e cappotto e ad uscire di casa!

Ci troviamo nella stessa situazione dell’altra volta: devi staccare di nuovo gli occhi dal computer e cominciare quella lunga peregrinazione che ti porterà fino alla finestra. Una volta raggiunta, guarda al di fuori di essa: al di sopra del mondo, quella cosa 3D di cui ti ho parlato l’altra volta, c’è una strana cosa a due dimensioni. Pare sia una cosa proprio bella: ha un colore che ricorda quello di facebook ( quello è il blu) , ma non è così omogeneo: vi sono migliaia di sfumature, e tutto è inondato dalle striature dorate del sole. Ebbene, caro lettore, questa cosa meravigliosa è detta cielo!

Noterai che la risoluzione grafica della tua finestra non è un granché: forse è un po’ sporca ed  il cielo si vede a tratti tra cornicioni e antenne. Non c’è altra soluzione. Per ammirarlo degnamente, bisogna scendere di casa! ( se non ti ricordi bene come si fa, dai un occhiata all’articolo precedente: è tutto spiegato chiaramente)

Non sempre il cielo è blu come quello di cui ti ho parlato: ci sono anche giornate in cui esso è decisamente grigio ( purtroppo non ho a disposizione nessun social network per descriverti questo colore). Le cose che lo rendono tale sono dette nuvole, ed il cielo coperto da esse non è troppo piacevole a vedersi. Conserva ancora qualche tratto di magnificenza, però.
Quando ci sono le nuvole è probabile che tu ti senta un po’ bagnato, mentre cammini per strada: se non te la sei fatta addosso, e se nessuno ti ha inzuppato con un secchio d’acqua ( controlla rapidamente queste due cose) allora è colpa della pioggia: solo i passeggiatori più esperti osano affrontarla!

Spero di averti affascinato con questa storia del cielo. Ti voglio dare un ultimo consiglio: ogni volta che esci di casa, getta un occhiata verso l’alto, giusto per vedere se è ancora lì. Io lo faccio sempre, e ne traggo sempre giovamento. Ti assicuro che il cielo è una delle cose più affidabili di cui si abbia notizia: non è mai fuggito via, da quando lo conosco.

La Passeggiata

walking

Caro lettore, voglio cominciare questa rubrica rivolgendomi a te.
Oggi è proprio una bella giornata, fuori splende il sole. Insomma, è proprio la giornata perfetta per… stare davanti al computer? Non è una cattiva idea , in fondo sei seduto al calduccio in camera tua, e non ci sono quei brutti inconvenienti come il freddo, il vento, il sole, le persone. Forse stai leggendo un articolo un po’ noioso, ma giuro che finirò in fretta,così potrai tornare subito alle tue faccende.
Tuttavia, questa settimana la rubrica Vita 1.0 ti vuole proporre una grande attività alternativa al computer! E’ una cosa completamente innovativa e sono davvero in pochi coloro che la praticano ancora.

Bene, caro lettore , questa attività è … la passeggiata !

Non è un’attività troppo complessa, anzi, ecco i 4 passi per metterla il pratica (forse all’inizio risulteranno un po’ complessi, ma vedrai che prima o poi ci prenderai la mano) :

Prima fase: la comprensione.
Stacca gli occhi dallo schermo e guarda fuori dalla finestra: quella cosa strana che vedi lì è detta, in gergo dei passeggiatori, mondo. Non preoccuparti, non è nulla di pericoloso o malvagio; ti abituerai anche a questo

Seconda fase : la accettazione.
Dopo qualche minuto di osservazione ti renderai conto che questo mondo è proprio interessante: i programmatori hanno riprodotto davvero fedelmente la realtà 3D e sembra davvero che il sole scaldi o che gli uccelli gorgheggino. In gergo dei passeggiatori il programmatore di tutto ciò è detto Dio

Terza fase: il ricordo.
Ma non soffermiamoci su queste cose; se chiudi gli occhi sono sicuro che ti ricorderai che questo mondo lo hai già visitato qualche volta. Prova a ricordarti un bel posto in cui sei stato. Deve essere un posto in cui magari ci siano degli alberi o delle persone , di modo da rendere più piacevole l’esperienza

Quarta fase: la messa in pratica.
Sei ad un ottimo punto, il peggio è passato! Ora basta solo infilarsi le scarpe ed il cappotto e recarsi in questo bel posto che hai visitato in passato. Meglio lasciare il cellulare a casa. In alternativa puoi sorridere alle persone : è un attività un po’ complessa, forse è meglio aspettare un po’ prima di provare a metterla in pratica

Per concludere, esistono diverse varianti della passeggiata : vi è, ad esempio, la passeggiata con gli amici che implica la partecipazione di più persone a questa attività. Durante queste ultime, di solito, è anche bene praticare la chiacchiera : è una sorta di chat, però a voce.

Caro lettore, ormai si è fatto tardi e ho anche io voglia di provare questa novità! Vado subito a vedere dove ho messo le scarpe dall’ultima volta che le ho usate. Ciao!