Storia della Siria

I ribelli abbandonano Homs (Maggio 2014)

 

Di Francesco Villano

Dalle origini alla fine del dominio ottomano

La storia della Siria, sin dai tempi più remoti, è stata alquanto determinata dalla situazione geografica del paese, punto d’incrocio delle vie che collegano tra loro il Mediterraneo, l’India, l’Asia Minore e l’Egitto; per cui ha risentito dell’influsso delle più importanti civiltà dell’antichità: ittita, egiziana, assira, aramaica, babilonese e persiana. L’antico sito di Ugarit (6.600 a. C.) è tra i più importanti centri archeologici di tutto il Medio Oriente. Nel 333 a.C., con la sconfitta delle armate persiane di Dario III a Isso, la Siria entra a far parte dell’Impero di Alessandro Magno, e dopo la sua morte continua ad essere governata dai suoi luogotenenti. In seguito, nel 64 a.C. diviene provincia romana con Pompeo e gode di molta prosperità. Antiochia, la capitale, diviene, dopo Roma e Alessandria, la città più importante dell’impero; altre città come: Palmira, Bosra e Damasco, conoscono un notevole sviluppo. Nel III secolo d.C. i Parti invadono la Siria, ma sono respinti; a questo evento e a ciò che ne è seguito è legata la vicenda della celebre regina Zenobia. Sotto i Bizantini la Siria vive un periodo di decadenza. Invasa, in seguito, dai Persiani, è liberata (629 d. C.) da Eraclio che, poi, viene a sua volta  sconfitto dagli Arabi, che si impadroniscono (638) del Paese, che sotto la dinastia degli Omayyadi (658) diviene il centro dell’Impero arabo (669-750) con capitale Damasco. Nel 750 gli Omayyadi vengono soppiantati dalla dinastia degli Abbasidi che trasferiscono la capitale a Baghdad, segnando l’inizio della decadenza della Siria che passa prima sotto la dominazione dell’Egitto, poi dei Turchi Selgiuchidi e infine  dei crociati. Quando questi ultimi sono costretti a lasciare la Terra Santa, la Siria torna sotto il dominio egiziano e fino alla conquista dei Turchi Ottomani. Da questo momento in poi la Siria conosce, per circa quattro secoli, una progressiva ed inarrestabile decadenza economica e spirituale.

 

L’età contemporanea

Per avere una inversione di tendenza bisogna aspettare la seconda metà dell’ottocento e l’inizio del ventesimo secolo, caratterizzati da un forte risveglio di sentimenti nazionalisti. Nel 1918, con l’occupazione della Siria da parte delle truppe inglesi, tramonta la dominazione turca e l’emiro Feisal, appoggiato dalla Gran Bretagna che in questo modo cercava di onorare gli accordi stipulati durante la prima guerra mondiale, sale al trono. Però i Francesi, non condividendone la elezione, lo destituiscono e prendono il diretto controllo del Paese nella forma di “Mandato” della Società delle Nazioni (1922). Bisogna aspettare la fine della seconda guerra mondiale per vedere la Siria raggiungere la piena indipendenza. Purtroppo una costante instabilità politica, caratterizzata da continui colpi di stato, contraddistingue la storia del Paese fino al 1957, quando prende il potere il partito Baath, nazionalista, socialista e laico. Nel 1958, con l’Egitto, e sull’onda del panarabismo, dà vita alla Repubblica Araba Unita (RAU); questa esperienza si conclude dopo appena tre anni, dimostrando la fragilità dell’ideologico collante panarabo.

L’islam, ben presente, è stato sempre strettamente controllato dallo Stato, per cui esperienze di teocrazia sul modello saudita o di repubblica islamica sul modello iraniano, sono state sempre completamente assenti dall’orizzonte politico siriano. Mentre, l’essere sempre stato, sin dai tempi più remoti, crocevia dei tre monoteismi, ha fatto sì che nel paese e all’interno dalla cornice laica di riferimento, i seguaci delle tre fedi abramitiche vivessero in armonia e non in conflitto il loro essere ebrei, cristiani o islamici. E questo è, senza dubbio, uno dei più alti contributi culturali che il paese ha offerto e offre al mondo intero.   Sconfitta da Israele nel 1967 (perse le alture del Golan) e nel 1973, ha nondimeno mantenuto un ruolo-chiave nel Medio Oriente e, dopo la presa del potere da parte di H.Assad (1971), è diventata la principale alleata dell’URSS nella regione. Intervenuta nel 1976 nella guerra civile libanese, ha di fatto messo stabili radici nell’aerea, condizionandone fortemente la politica. In realtà si può dire, e senza temere di essere smentiti, che quello siriano è stato un vero e proprio protettorato sul paese dei cedri. Nel 1990-1991 sostiene, durante la guerra del golfo, la coalizione contro l’Iraq, suo tradizionale avversario, favorendo così un cauto processo di distensione con gli Stati Uniti, oltre che con Israele. E’ interessante notare che anche in Iraq, fino alla sconfitta di Saddam Hussein, il potere è stato nelle mani del ramo iracheno dei baathisti. Nel 1997 Siria e Iraq annunciano la riapertura delle frontiere, chiuse dal 1982, a causa dell’appoggio siriano dato all’Iran nella guerra contro l’Iraq. Nel febbraio 1999 un referendum conferma Assad alla presidenza del Paese, e nel dicembre dello stesso anno riprendono, in vano, i negoziati tra Siria e Israele per definire la situazione delle alture del Golan. Il punto cruciale della querelle è che chi controlla il Golan detiene nelle proprie mani la gestione di buona parte di tutte le risorse idriche della Palestina. Nel giugno 2000 Assad muore e gli succede il figlio Bashar che si è formato culturalmente nelle università  inglesi. A livello internazionale si spera che, con questo cambio al vertice, cambi alquanto l’indirizzo della politica siriana, sia all’interno che all’esterno del Paese, anche se si è ben consapevoli che ci vorranno anni prima di vederne i frutti. La Storia procede nel suo farsi e, dopo gli attentati alle torri gemelle del 2001, la Siria mostra chiaramente di non condividere la politica mediorientale della presidenza Bush che di rimando la include tra i “Paesi canaglia”, nell’”asse del male”. Nell’aprile 2004 il Paese subisce un attentato terroristico di probabile matrice islamica., ma questo non basta a far cambiare idea agli Stati Uniti sulla reale natura del Paese, e nuove sanzioni economiche lo colpiscono. Nel febbraio 2005, dopo l’assassinio del premier libanese Rafik Hariri, di cui il governo di Damasco si suppone essere il mandante, la Siria, cedendo alle pressioni internazionali, decide di ritirare le sue truppe dal Libano, dopo circa trent’anni di”occupazione”, e nel maggio dello stesso anno annuncia la ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Iraq. Due anni dopo, con un referendum, Bashar viene riconfermato presidente. Il fatto che la Repubblica di Siria (più di 18 milioni di abitanti) sia una vera e propria repubblica dinastica, in cui la legittimità del potere è garantita da due fattori: la discendenza dal capostipite e l’appartenenza al partito Baath, è diventato tragicamente  palese a tutta la comunità internazionale da quando, nel marzo del 2011, sull’onda delle cosiddette Primavere arabe, ampi strati della popolazione hanno iniziato a rivendicare una maggiore autonomia e rappresentanza politica. La brutale risposta della dinastia e dei loro alleati politici, sia interni che esterni alla Siria, ha fatto inesorabilmente precipitare il Paese in una vera e propria guerra civile,una spirale di violenza cieca e brutale che ha finora causato più di centomila morti, feriti e milioni di profughi e di cui non si intravede neppur lontanamente la fine.

                                                                                                                              

                                               Bibliografia

1) S. Kassir, L’Infelicità araba, Einaudi ed., TO    2006, p.91.

2) M.Campanini, Storia del Medio Oriente (1798-2005), Il Mulino ed., BO 2006, p. 257.

3) S. Kassir, Beirut (Storia di una città), Einaudi ed., TO 2009, p.697.

4) R.Cristiano, Beirut-Libano (tra assassini, missionari e grands cafè), Utet ed., TO 2008, p.238.

5) S. Kassir, Primavere (per una Siria democratica e un Libano indipendente), Mesogea ed., Messina 2006, p.257.

6) E. Rogan,Gli Arabi (La storia avvincente delle speranze e delle delusioni di un popolo), Bompiani ed., MI 2012, p.768.

7) L.Trombetta, Siria (dagli ottomani agli Asad e oltre), Mondadori ed., MI 2013, p.342.

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Le Primavere arabe. Una retrospettiva.

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Di Francesco Villano

Parlare oggi delle “Primavere Arabe” sembra un nonsenso, dato il fallimento quasi totale degli ideali e delle speranze che le hanno animate. Sembra che, Tunisia a parte, le forze controrivoluzionarie abbiano vinto dappertutto. L’Egitto è di nuovo nelle mani dei militari dopo la fallace esperienza di governo dei Fratelli musulmani. In Bahrein sono entrati i carri armati sauditi a schiacciare la rivolta; la Siria è lo scenario di una vera e propria carneficina, mentre la Libia si muove ancora su un pericolosissimo crinale, dove troppe forze divergenti si contendono il potere. Paesi che per secoli si sono fondati sul tribalismo, sui rapporti clanici e così via, non potevano generare dal nulla governi compiutamente democratici, o almeno qualcosa che potesse loro assomigliare, seppur da lontano. Per forza di cosa sarà un cammino arduo. Nondimeno il processo è iniziato e nuove e fresche energie sono state immesse nel fluire della Storia; a noi tutti coglierne il senso e la direzione ed aiutare il nuovo a manifestarsi, anche se ora, dopo circa tre anni e mezzo dal sacrificio di Mohammed Bouazizi, la sola Tunisia, come detto sopra,  sembra tenere ancora accesa la fiaccola della speranza. Ma ricordiamo ciò che ha dato il là alle Primavere:

Tutto è iniziato a Sidi Bouzid (Tunisia), il 17 dicembre del 2010, quando un giovane  di 26 anni, Mohammed Bouazizi, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco dopo  che la polizia che gli aveva confiscato il suo banchetto di frutta, sì abusivo ma sua unica fonte di sostentamento. Mohammed Bouazizi non era un semplice venditore ambulante, ma faceva parte di quel 50% di laureati disoccupati tunisini che non hanno alcuna speranza di poter trovare un‘occupazione, non solo in patria ma neanche nella dirimpettaia Europa, che ha chiuso loro le porte in faccia, per cui si adattano a tutto pur di sopravvivere. Il vedersi negata anche la possibilità di vendere frutta ha condotto il ragazzo al gesto estremo che ha trovato il suo triste e tragico compimento il 4 gennaio del 2011. Ma stavolta questo sacrificio non si è consumato nella sfera privata, ma è diventato il detonatore che ha fatto letteralmente esplodere le piazze tunisine, seguite da quelle: egiziane, yemenite, del Bahrein, libiche, siriane e della Malaysia. Da notare che anche l’Arabia Saudita, impermeabile a qualsiasi contestazione di massa, ha registrato delle timide forme di protesta, come quella delle donne che si sono messe al volante, nonostante il divieto che vige in tal senso. La grande novità è che la rivolta non è stata guidata da leader forti o popolari, non è stata organizzata da nuovi profeti, ma da semplici cittadini sconosciuti ai più. Altra caratteristica è  che le rivolte non si sono indirizzate verso colonizzatori, da cacciare ed espellere dal Paese, ma verso i loro propri governanti: dispotici, corrotti, oligarchi, violenti, incapaci e non desiderosi di volere davvero il bene dei loro popoli. A conferma di ciò è il vedere come nessuna bandiera americana o israeliana sia stata bruciata, e il non sentire nelle piazze slogan contro i “nemici tradizionali”. Ma allora chi ha animato queste “rivoluzioni”? Sono i giovani della classe media che desideravano imporre un’agenda che sembrava proprio quella  della grande Nahda, la rinascita araba di fine ottocento, che ebbe nello slogan della rivoluzione francese, “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”, il  proprio programma. Questi ragazzi volevano imporre un capovolgimento del paradigma novecentesco arabo: superamento del tribalismo, accantonamento del fondamentalismo islamico, priorità alla giustizia sociale e al rispetto della dignità umana.  Rispetto delle minoranze religiose, sia che appartengano in un modo o nell’altro al mondo islamico, sia che si tratti di cristiani, ebrei , etc. A tal proposito uno dei più apprezzati intellettuali arabi cristiani, Amin MAAlouf, già alcuni anni fa ebbe a dire:”…abbiamo bisogno di una cultura del vivere insieme…..”.

Questi giovani hanno usato face book, internet, gli smartphone, e hanno messo su youtube i video che i regimi non sono riusiti a censurare. Parlano arabo, ma anche inglese e si sentono cittadini del mondo. Anni fa la sociologa marocchina Fatima Mernissi, in un suo bel  libro intitolato “Islam e democrazia”, aveva già evidenziato le enormi possibilità che venivano offerte al mondo arabo dalle parabole, dai telefonini e da internet. Circa dieci anni dopo le sue intuizioni hanno trovato piena conferma. Venti o trent’anni fa un regime poteva ancora imprigionare mediaticamente il proprio popolo, ora questo non è più possibile. E sebbene oggi tutto o quasi sembra che sia andato storto, è legittimo continuare a sperare poiché la Storia, quella vera, si muove nel profondo e nel lungo periodo, secondo l’insegnamento del grande storico Braudel, e quindi è ancora lecito sperare!

Majdan è già Storia

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Gli eventi che hanno fatto tremare il nostro continente ed i protagonisti della rivoluzione.

di Domenico Villano

Il 21 Novembre il Presidente Janukovic fa sapere alle autorità di Bruxelles di non essere interessato a firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea. La sera stessa scendono a protestare in piazza dell’Indipendenza a Kiev gli studenti universitari con bandiere europee a intonare cori Anti-russi. Il 28 Novembre a Vilnius il presidente conferma l’annullamento dell’accordo ed a Majdan si rinfoltiscono le fila dei manifestanti, il movimento di protesta sembrava però destinato a scemare in vista delle Elezioni presidenziali del 2015, in cui le opposizioni avrebbero potuto giocare la carta del mancato accordo  per sconfiggere il Partito delle Regioni. La notte del 30 Novembre il presidente fa un enorme passo falso inviando le forze speciali(Berkut) a Majdan per disperdere i manifestanti. La feroce e ingiustificata violenza dei Berkut testimoniata dai volti insanguinati degli studenti scuote il paese. Già in mattinata 300mila persone scendono per le strade del centro e dopo aver tentato di occupare il palazzo presidenziale si concentrano a piazza Majdan dove vengono erette le prime barricate. La piazza resterà occupata ad oltranza, difesa dai volontari nazionalisti del gruppo “Autodifesa”: ne fanno parte reduci della guerra in Afghanistan, ex-berkut e giovani provenienti anche dalle regioni russofone. Queste forze di Autodifesa organizzeranno magistralmente la logistica della piazza, la difesa delle barricate, il soccorso medico, le mense e l’ordine pubblico tra i manifestanti. Con il passare dei giorni sembra che il movimento sia destinato a perdere consensi e la piazza si inizia a svuotare. Servirà un altro passo falso del Governo per rinfoltire le fila dei manifestanti: A metà Gennaio vengo approvate nuove leggi che limitano la libertà di stampa e i diritti dei manifestanti con il fine di sedare per sempre la rivolta. Invece sono proprio queste leggi restrittive a far inferocire i gruppi di estrema destra e di Ultras che si uniscono nella confederazione “Pravyj Sektor” (Settore Destro) e scendono in piazza armati, al fianco dei manifestanti. Il loro leader Dmytro Jaros è ora stato nominato vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale (il segretario è ora invece il leader di “Autodifesa”) essendo stata fondamentale l’azione del suo movimento per la vittoria di Majdan. Li caratterizza una ideologia ultranazionalista e Anticapitalista, radicalmente Anti-russa  e sospettosa nei confronti dell’Unione Europea. I militanti di Pravyj Sektor sono scesi in piazza per combattere l’imperialismo russo ma guardano con sospetto anche all’Unione Europea, in quanto entità capitalista. Ritengono che un accordo con l’Ue debba essere sottoscritto solo per neutralizzare le mire espansionistiche russe. In linea di principio sono però contrari all’integrazione nell’Ue. Essi aspirano a costruire una Ucraina Indipendente fondata sui valori della Fede Ortodossa, dell’Identità nazionale, della solidarietà tra i cittadini, in opposizione alla globalizzazione. Tra le fila dei militanti si incontrano numerosi tifosi ucraini di tutto l’universo Ultras della nazione, per definizione ostili a qualunque forma di autoritarismo. Gran parte degli Ultras sono figli dei primi anni d’indipendenza, senza alcun legame con il passato sovietico e portatori di una radicata identità nazionale. Tutti i gruppi Ultras sostengono la causa Ucraina ed hanno deciso di mettere da parte le rivalità calcistiche e combattere fianco a fianco per le strade della capitale. Le forze parlamentari d’Opposizione provano ad affermarsi come i leader del movimento con comizi in piazza, ma vengono ripetutamente insultati dai manifestanti che ormai hanno perso fiducia nell’intera classe politica. Gli stessi militanti ultranazionalisti criticano aspramente perfino il partito di estrema destra Svoboda. Torniamo alla cronaca degli eventi: Domenica 19 Gennaio nel gelo invernale c’è una grande folla a Majdan, i manifestanti decidono di voler conquistare il parlamento. All’altezza dello stadio della Dinamo vengono bloccati dal cordone di veicoli delle forze speciali ed inizia lo scontro. L’attacco viene guidato efficacemente da Pravyj Sektor con il lancio di Molotov e sanpietrini, cui rispondono i lacrimogeni, i proiettili di gomma e le granate stordenti dei Berkut. Si combatte giorno e notte tra i fuochi dei copertoni e dei veicoli bruciati fino a quando il 23 Gennaio viene diffusa la notizia(poi confermata) dell’uccisione di due manifestanti per colpi d’arma da fuoco. Con l’intervento delle forze politiche d’opposizione viene negoziata una tregua e vengono abrogate le leggi sull’ordine pubblico. Restano in piazza i manifestanti e si vedono a Majdan, ad invocare una pacificazione, anche i rappresentanti delle Quattro Chiese maggioritarie dell’Ucraina. Infatti, oltre alle enormi differenze regionali, la nazione ucraina presenta un complesso mosaico religioso cristiano: nelle regioni occidentali è diffusa la Chiesa greco-cattolica, in quelle centro-orientali la confessione di maggioranza è quella Ortodossa legata al Patriarca di Mosca, ma in tutto il Paese ci sono comunità religiose minoritarie legate alla Chiesa Ortodossa Autocefala e a quella Ortodossa del Patriarcato di Kiev. Continuano senza successo tentativi di mediazione fino al 18 Febbraio, giorno in cui inizieranno gli scontri più violenti. Oltre ai Berkut, scendono per le strade i Titusky, militanti volontari del Partito delle Regioni che iniziano a bastonare chiunque gli si pari davanti. Entrambe le fazioni iniziano ad utilizzare armi da fuoco e si contano decine di morti per le vie del centro in fiamme. I Berkut provano a sbaragliare definitivamente i manifestanti di Majdan ma sono bloccati dal fuoco di Pravyj Sektor che li costringe alla ritirata. La battaglia continua fino al 20 Febbraio, sia i manifestanti che i Berkut sono colpiti dal fuoco di cecchini di provenienza ignota, è una carneficina. A fine giornata si contano più di cento morti, ma l’epilogo è vicino. Janukovyc, dopo aver discusso con i ministri degl’esteri di Francia, Germania e Polonia decide di ritirare i Berkut dalle strade, li seguono le forze di sicurezza che presidiavano il palazzo presidenziale, le quali senza aver consultato il presidente abbandonano la città. Ormai Janukovyc è in fuga e la battaglia può dirsi conclusa. A Majdan restano ancora alcuni manifestanti, quasi a farsi garanti dell’agire del governo provvisorio in vista delle elezioni. Ancora oggi il destino dell’Ucraina è incerto, tra spinte separatiste, blocchi ultranazionalisti, poteri forti degli oligarchi e una crisi economica devastante.

Ucraina, uno sguardo al passato per capire il presente.

Una statua di Lenin abbattuta durante la protesta di MajdanLa

 

Storia dell’Ucraina dalla Rus’ di Kiev ai giorni nostri.

di Domenico Villano

L’Ucraina è una nazione giovanissima, sta ora vivendo il terzo decennio di indipendenza, tra enormi pressioni esterne e spinte centrifughe. Essa trova le sue radici nella Rus’ di Kiev, il primo regno Slavo della storia fondato dal mitico Oleg nell’882 a Kiev. Egli era a capo di gruppi di origine normanna (Rus’) che miravano a controllare le rotte commerciali tra il Baltico e il Mar Nero e che erano scesi a sud sulle sponde del Dnipro assoggettando le tribù Slave lì stanziate da secoli. Pur essendo di origine Normanna, presto subirono un processo di slavizzazione mantenendo però per lungo tempo il ruolo di élite militare. Il regno prosperò per due secoli e per volere del Re Vladimir nel 988 i sudditi della Rus’ si convertirono al Cristianesimo di Costantinopoli. Nel dodicesimo secolo il regno entrò in una fase di decadenza e presto fu travolto dalle invasioni Mongole e le popolazioni slave un tempo appartenute al regno della Rus’ vennero sottomesse al Khanato dell’Orda d’Oro, che sopravvivrà fino al 1784 come Khanato di Crimea tra i possedimenti Ottomani. Ancora oggi in Crimea vivono i Tatari, discendenti di quelle tribù turcofone che un tempo dominavano il continente asiatico. Nel XIV secolo gran parte dei territori oggi appartenenti allo stato Ucraino furono conquistati dai granduchi lituani che con l’unione di Lublino del 1569 andarono a formare il Commonwealth polacco-lituano. La Galizia e le altre regioni occidentali furono profondamente influenzate dall’influenza polacca e ci furono anche dei movimenti di popolazioni nobili polacche verso questi territori. La frattura tra i territori occidentali colonizzati e quelli orientali (che dal XV secolo erano stati oggetto di una forte immigrazione di tribù Cosacche: seminomadi slavi e ortodossi) si accentuò quando, con l’Unione di Brest del 1596, parte della chiesa ortodossa della Ucraina occidentale si unì alla Chiesa Romana. Le popolazioni cosacche dell’Est, essendo messa in pericolo la sopravvivenza della Chiesa Ortodossa, decisero di allontanarsi dall’orbita Lituano-Polacca e con il passare del tempo furono assorbiti dal nascente stato russo. E’ proprio questa secessione alla base delle divisioni culturali, linguistiche e politiche che sono causa degli scontri di questi mesi. L’Impero Russo conquistò durante il XVIII secolo gran parte dell’attuale Ucraina strappando agli Ottomani la Crimea e spartendosi con l’Austria i territori dell’Ucraina occidentale di cultura polacca. I territori assoggettati all’impero zarista subirono la russificazione forzata mentre nella Galizia ormai Asburgica fiorirono verso la fine dell’Ottocento i primi movimenti nazionalisti ucraini. La Grande Guerra fu portatrice di grandi sconvolgimenti, massacri e una vera e propria guerra civile: si contrapponevano Russi(dal 1917 Sovietici), Tedeschi, Ucraini e Polacchi. Alla fine del conflitto mondiale e della guerra civile tra Armate Bianche e Armata Rossa, generata dalla Rivoluzione d’Ottobre, l’Ucraina finì nell’orbita sovietica mentre i soli territori occidentali della Galizia restavano sotto il dominio della Polonia.
Nacque così la Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina che nel primo decennio di vita, per volere delle autorità di Mosca, fu oggetto di una campagna di Ucrainizzazione. Questa politica rientrava nelle disposizioni della dirigenza moscovita di coltivare all’interno dell’universo sovietico la specificità identitaria e regionale delle varie repubbliche. Nel 1929, quando ormai grazie alle politiche della NEP il popolo ucraino si stava risollevando dalle devastazioni della Guerra Civile, il nuovo leader sovietico Josif Stalin inaugurò i piani quinquennali che prediligevano l’industria pesante e abolì la NEP. La classe contadina(in maggioranza ucraina) si ritrovò a ricoprire un ruolo subalterno rispetto alla nascente classe proletaria industriale (in maggioranza russa) e subì la collettivizzazione forzata delle campagne. La politica di collettivizzazione fu portata avanti con brutalità e repressioni che generarono una drammatica carestia (Holodomor) tra il 1932 e il 1933, la quale causò la morte di quasi 3,5 milioni di persone. E’ storicamente accertato che la dirigenza sovietica e Stalin in persona abbiano intenzionalmente portato alla fame milioni di contadini ucraini, colpevoli, secondo i bolscevichi, di essersi opposti alla collettivizzazione. Di pari passo con le repressioni dei contadini fu portata avanti negli anni 30 una massiccia politica di russificazione messa in atto con il totale annientamento dell’élite culturale ucraina. Si sviluppava nel frattempo nella Galizia polacca un nuovo movimento nazionalista ucraino che avrà un ruolo di primo piano nel secondo conflitto mondiale. Già nel 1939 con i patti di spartizione della Polonia tra Germania e Urss la Galizia fu inglobata nella Ucraina sovietica ed iniziò una nuova guerra civile ucraino-polacca con stermini e deportazioni di massa. La campagna di Russia del Fuhrer causò grandi devastazioni in Ucraina, dove le truppe tedesche furono appoggiate in un primo tempo dai movimenti nazionalisti ucraini, ostili allo Stalinismo. Con la fine della guerra e la pulizia etnica anti-polacca, la Galizia, ormai a netta maggioranza ucraina, fu annessa alla Repubblica Socialista. Nel 1956 anche la Crimea, a netta maggioranza russa, entrò a far parte dell’Ucraina per volere di Khruscev (che era stato capo del partito comunista ucraino). I primi due decenni di Guerra Fredda furono caratterizzati da uno sviluppo industriale sostenuto, ma dalla metà degli anni settanta,  si manifestò quella crisi strutturale che porterà al crollo del Comunismo. Nel 1991 l’Ucraina ottiene l’indipendenza per la prima volta nella storia ed inizia il processo di transizione verso una economia di mercato. La neonata ucraina è un aggregato di realtà, di lingue, di etnie e fedi religiose differenti che fatica ad amalgamarsi, ne risulta una profonda crisi economica che avrà fine solo con l’avvento del terzo millennio. L’artefice della stabilizzazione del paese è il presidente filo-russo Kucma che dal 1994 al 2004 governerà il paese al servizio di una cinquantina di oligarchi (con legami a Mosca e in Occidente) che nel giro di pochi anni prenderanno nelle loro mani la totalità delle forze produttive ucraine. Nel 2004, in una fase di intenso sviluppo economico, vince le elezioni Viktor Yanukovyc, fondatore del Partito delle Regioni e referente politico degli oligarchi e delle regioni orientali più legate alla Russia. Scoppia la protesta di piazza (Rivoluzione Arancione) e il voto viene annullato per brogli. Nella ripetizione delle votazioni vincerà Viktor Juscenko, in apparenza filo-europeo ma anche egli legato agli oligarchi: figura di spicco del   governo è infatti Yulia Tymosenko (leader del settore petrolifero). Nel 2006 torna al potere Yanukovyc e presto si troverà a governare un paese fortemente colpito dalla crisi economica mondiale dove ci sono disuguaglianze e povertà senza pari in Europa. Data l’insostenibile situazione, alla mancata firma degli accordi  di associazione con l’EU, nel Novembre del 2013 scoppiano nuove proteste a Kiev che porteranno grandi trasformazioni ancora in atto nella primavera del 2014.

Digressione

OSTERIA BORGO ANTICO

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Continuiamo oggi il nostro tour alla scoperta dei ristoranti convenzionati dell’Adisu Federico II, sollecitando i nostri colleghi studenti a fornirsi della agognata Smart Card. Oggi siamo ai piedi del Maschio Angioino.

OSTERIA BORGO ANTICO

 

  • Voto = 7
  • Posizione = Rua Catalana, 60 (incrocio con Via Depretis)
  • Personale = 7.5
  • Porzioni = 7
  • Qualità = 7.5
  • Locale = 6.5
Arriviamo sotto una pioggia scrosciante all’Osteria del Borgo, situata nei pressi di Piazza Borsa, in una posizione non conveniente per gli studenti di Scienze Sociali(venti minuti a piedi) ma strategica per gli studenti di Giurisprudenza e Lettere. Il locale è piccolo ma accogliente, al nostro arrivo siamo stati accolti con rispetto e gentilezza. A nostra disposizione tre menù completi e una discreta varietà di pizze, qui non mancano wrustel, patatine, salsicce e friarielli. I primi e i secondi piatti sono di livello decisamente superiore agl’altri ristoranti da noi visitati, le pizze discrete. Anche qui ad una nostra sollecitazione, ci viene negata la frutta che ci spetterebbe di Diritto! Il proprietario c’ha detto che solo pochi studenti bazzicano il suo locale, quindi vi invitiamo a provarlo. Buon Appetito!