Digressione

Cronache turche (parte terza)

Nella nottata tra venerdì 14 e sabato 15 febbraio 2014, il Parlamento turco, a maggioranza Akp (il partito al Governo dal 2003 con il suo leader indiscusso, almeno fino ad ora: Recep Tayyip Erdogan), ha approvato una legge che in effetti fa uscire la Turchia dal solco democratico, negando di fatto lo Stato di diritto. Infatti, la legge, ratificata il 25 dello stesso mese dal Presidente della Repubblica, Abdullah Gul, ha di fatto tolto l’autonomia al Supremo Consiglio dei Giudici e dei Procuratori, l’Hsyk (il nostro Csm), subordinandola alle decisioni dell’esecutivo.

In questo modo ciò che contraddistingue un regime democratico e su cui si fonda un Governo in tal senso orientato, cioè la piena reciproca indipendenza dei tre poteri, il legislativo, l’Esecutivo e  quello giudiziario, verrà a cadere. Non si è trattato comunque di un fulmine a ciel sereno, anche se l’improvvisa accelerazione, impressa da Erdogan alla sua approvazione, ha colto di sorpresa molti osservatori. In effetti, il provvedimento presentato in parlamento già qualche settimana fa era stato”congelato”, per poterlo sottoporre a revisione, soprattutto per le vibranti critiche espresse da Stati Uniti ed Unione Europea. Giova ricordare che con quest’ultima la Turchia sta da tempo vivendo un rapporto a fisarmonica, segnato dal blocco e dalla riapertura dei noti protocolli che una volta affrontati e risolti (chissà quando a questo punto) dovrebbero poter permettere alla Turchia di accedere all’UE. Con gli Stati Uniti i rapporti sono più che decennali e hanno come fondamento storico, tra l’altro, l’inclusione del Paese nel piano Marshall, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale che, per inciso, la Turchia non aveva combattuto, e l’ingresso nella Nato del Paese della Mezzaluna già nel 1952. Ma, ancora una volta, Erdogan non ha voluto sentire ragioni ed è andato diritto per la sua strada. Tra l’altro solo pochi giorni prima il parlamento aveva approvato un’altra legge liberticida, già ratificata da Gul, che permette al governo di chiudere un sito web, in solo quattro ore, e senza l’autorizzazione di un giudice. Se a questo aggiungiamo che, a tutt’oggi, la Turchia è persino davanti all’Iran e alla Corea del Nord in quella tristissima classifica che tiene conto dei giornalisti reclusi , il quadro è davvero sconfortante. Il livello della libertà di espressione è decisamente ben al di sotto di un Paese che si voglia definire civile.

Ma per capire cosa sta realmente accadendo in Turchia dobbiamo fare un passo indietro e allargare il nostro punto di vista, senza il quale è difficile prendere in mano il bandolo della matassa.

Come detto all’inizio l’Akp, Partito della Giustizia e Sviluppo, a guida Erdogan, è ininterrottamente al potere dal 2003. Le ultime elezioni, tenutesi nel 2011, hanno confermato ancora una volta il suo dominio (un elettore su due ha votato l’Akp), ma non gli hanno dato quella maggioranza assoluta in parlamento, auspicata da Erdogan, per poter fare autonomamente quelle riforme costituzionali di cui il Paese ha bisogno. E’ questo è stato un bene per la “salute” della vita politica turca. Comunque il lusinghiero risultato ottenuto si spiega con una lunga fase di crescita economica, finanziaria e del Paese in generale che ha portato, in pochi anni, la Turchia sulla scena della ribalta internazionale. Ciò che, tra l’altro, ha permesso all’Islam politico di prendere il potere e conservarlo così a lungo, nella repubblica fondata da Mustafa Kemal Ataturk, dove i militari sono stati sempre i garanti della visione laica promossa dal loro fondatore, è stata un’alleanza di ferro tra due tra le principali anime dell’islam sunnita presente in Turchia, entrambe di scuola giuridica hanafita, che ha permesso prima la conquista del potere, e poi il rafforzamento dello stesso attraverso una marginalizzazione sempre più marcata dei militari, anche e soprattutto, nella maggior parte dei casi, attraverso discutibili, se non fasulle, indagini e processi portati avanti, nel totale spregio della verità oggettiva, contro i più alti vertici delle Forze Armate. Mi riferisco alle indagini e ai processi legati alla presunta organizzazione clandestina “Ergenekon” e al “Piano Martello”.Bene, questa alleanza da qualche tempo sta scricchiolando paurosamente, e la Turchia sta vivendo una lotta intestina al massimo livello della struttura dello Stato per cui, attacchi e contrattacchi, dagli esiti destabilizzanti si susseguono in continuazione. E’ una guerra piena di tremendi colpi bassi, poiché i “due” contendenti conoscono benissimo l’uno gli “scheletri nell’armadio” dell’altro. E con “sapiente” tempestività ognuno gioca le proprie carte, incuranti entrambi dei paurosi scivoloni che la Turchia tutta sta vivendo, a partire dal deprezzamento della Lira turca che è scesa al suo minimo storico, dalle perdite nella borsa di Istanbul e dalla fuga del capitale straniero, per finire alla restrizione dello Stato di diritto con la negazione, sempre più marcata, delle sue libertà fondamentali. Ma chi sono i due contendenti? Da un lato abbiamo il padre padrone dell’Akp, circondato dai circoli di potere e di consenso che lo supportano, e dall’altro il potentissimo movimento Hizmet (il servizio) definito da Erdogan come uno“Stato parallelo”, che fa capo a Muhammed Fethullah Gülen, che da circa quindici anni vive negli Stati Uniti, e che conta milioni di seguaci in Turchia e moltissimi nei Paesi turcofoni, ma non solo. Erdogan fa riferimento alla tradizione dell’islam politico del Milli Gorus (visione nazionale), mentre Gulen inserisce il suo agire nel solco tracciato dallo studioso islamico Said Nursi (1878-1960), che basava il proprio essere islamico sulla fede e sulla moralità, piuttosto che sull’articolazione politica. Ulteriore elemento caratterizzante il pensiero gulenista è che al suo interno la rivelazione islamica e il pensiero scientifico razionale di matrice illuminista trovano un modus vivendi alquanto originale e non conflittuale, dove i contenuti culturali altri rispetto alla tradizione arabo islamica non sono fatti propri acriticamente. Siamo in presenza di un tentativo di modernizzare l’islam. Per tutti questi motivi il movimento ha, come suo campo d’azione privilegiato, il settore educativo. E’ altresì  fortemente presente nella magistratura (senza dubbio è stato rilevante, nei processi contro i militari, l’azione dei suoi affiliati nel sistema giudiziario), nella polizia e nei media. Si fa paladino di un islam democratico e tollerante, che dialoga con le altre religioni (Gulen è stato ricevuto anche da Papa Giovanni Paolo II), e che pertanto è un naturale argine per il fondamentalismo. Tornando al conflitto in corso tra i due gruppi, bisogna constatare che i due schieramenti hanno una visione opposta del problema curdo, per cui il nuovo approccio (nella direzione di una certa soluzione della decennale tragedia, anche dialogando con il PKK, partito curdo che, guidato dal suo leader Ocalan, da decenni è impegnato in una lotta armata contro lo Stato turco) inaugurato da Erdogan, da Davutoglu (ministro degli esteri) e dal governo in carica, non è stato ben vista da Gulen e dal suo movimento. Come pure differente è l’atteggiamento dei due contendenti nei confronti di Israele per l’”incidente” della Mavi Marmara flotilla. Erdogan a muso duro e Gulen conciliante. Ancora diverso è il giudizio dato sulla questione del Gezy park di Istanbul e degli scontri di giugno/luglio scorsi. Ad un Erdogan intollerante, fortemente repressivo e totalmente incapace di aprirsi alle ragioni dei manifestanti, si opponeva un Gulen che si esprimeva con toni opposti. Un’accelerazione si è avuta nel novembre del 2013 quando Erdogan e company hanno pianificato di chiudere le scuole private, un quarto delle quali rette da Hizmet, che preparano gli studenti delle superiori agli esami di accesso all’università. Hizmet si è sentita attaccata frontalmente nel suo esistere perché, se da un lato attraverso queste scuole arrivano importanti risorse finanziarie, dall’altro è anche un’occasione privilegiata per reclutare nuovi adepti nella futura intellighenzia turca. La risposta, devastante per l’establishment, non si è fatta attendere, ed il 17 dicembre è partita un’inchiesta per corruzione e tangenti dai risvolti destabilizzanti per aver coinvolto tre figli di altrettanti ministri, uomini d’affari e anche funzionari, al massimo livello, della Halkbank, la banca nazionale turca. Nel giro di qualche settimana Erdogan ha effettuato un mega rimpasto di governo cambiando ben dieci ministri. Da allora il Governo ha rimosso migliaia (circa settemila) dirigenti e funzionari della pubblica sicurezza e circa duecento magistrati, tra cui alcuni titolari delle inchieste per corruzione. In risposta sono state rese pubbliche intercettazioni di telefonate in cui Erdogan fa pesanti pressioni sui media per orientarli secondo la sua volontà. E, ancora più preoccupante, il pronunciamento sibillino di un noto imam (Karaman) vicino all’Akp, per cui l’incoraggiamento da parte del governo, nei riguardi di uomini di affari che hanno fatto affari con lo Stato, a fare, “a certe condizioni”, “donazioni” a  “specifiche fondazioni caritative”,non è illecito! Una di queste fondazioni sembra essere la Turgev, diretta dal figlio di Erdogan. In questo “gioco” al massacro è del 25 febbraio la “pubblicazione” su youtube di un’intercettazione telefonica dove Erdogan in persona avrebbe chiesto al figlio di far sparire diversi milioni di euro. Se confermata sarebbe la prova del coinvolgimento diretto del premier negli scandali relativi alla corruzione. Come andrà a finire? E’ difficile dirlo, ma qualche considerazione, più in generale, va fatta anche tenendo conto che durante quest’anno ci saranno importanti consultazioni elettorali, tra cui quella per il rinnovo della carica presidenziale, e che la situazione internazionale, in particolare per i temi più prossimi agli interessi del Paese della Mezzaluna, continua a snodarsi su crinali estremamente incerti e pericolosi. Al momento il vero sconfitto è l’islam politico, o per essere più precisi, l’agire dei musulmani una volta che hanno conquistato il potere. Ciò che emerge è una visione immatura della democrazia, dove i valori che la caratterizzano non sono posti al primo posto. Invece sono gli interessi personali, di partito, dell’associazione di riferimento, del clan di appartenenza che prendono il sopravvento e alterano e deturpano l’intero scenario. Manca ancora una cultura politica del governare che tenga conto delle profonde istanze di una democrazia liberale. Tornando, in conclusione, ai due “duellanti”: da un lato non si è democratici solo perché si arriva al potere attraverso il voto democratico, e nel governare non si tiene conto delle istanze delle minoranze e di chi al Governo non c’è. Una volta al potere si governa per tutti e non solo per il proprio serbatoio elettorale; dall’altro: non si è democratici se si possono controllare interi apparati dello Stato pur non governando. In quel caso l’accusa di aver creato uno Stato parallelo può avere qualche fondamento.

 

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Cronache Turche (parte prima)

Di Francesco Villano

Con le elezioni politiche del 3 novembre 2002 si afferma la forza politica islamico moderata fondata da Recep Tayyip Erdogan: Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (A.K.P.). E’ un vero radicale cambiamento che sarà confermato con l’eccezionale vittoria alle successive politiche del 2007. Ma per comprendere questi ultimi esiti è fondamentale focalizzare l’attenzione su come era mutato nel corso del tempo il rapporto tra islam e repubblica turca.Nel 1956 l’insegnamento religioso era stato reintrodotto nella scuola secondaria. I gruppi islamici (confraternite, movimenti ecc.) giocarono sia la carta politica delle destre, per ‘reislamizzare’ lo Stato, sia quella della cultura per occupare posti chiave nei Ministeri (dell’Interno e dell’Educazione) e diffondere il messaggio islamico attraverso i media. Nel 1971, imam, qadi, muftì ecc. diventano ‘funzionari di Stato’. Nel 1976, la Turchia aderisce all’O.C.I. (Organizzazione della Conferenza Islamica), di fatto un ritorno ufficiale nella Umma (Comunità dei credenti) islamica. L’islam riacquista forza e potenza, e la politica ne deve necessariamente tenere conto. La Costituzione del 17 novembre 1982, art. 14, rende obbligatorio l’insegnamento islamico in tutte le scuole primarie e secondarie. Nel 1983, viene fondato il Refah (Partito della Prosperità) di Necmettin Erbakan, che sale al governo nel 1996. Erbakan intraprende la reislamizzazione dell’amministrazione. Ma nel 1997, la pressione dei militari (un colpo di stato”soft”) e la Corte Costituzionale sciolgono il Refah per attività antilaiche. Da una scissione del Refah nascerà (2001), ad opera di Erdogan e Gul, un’altra formazione politica: l’AKP, liberale in economia, conservatore moderato in politica interna e orientato all’ingresso nell’Unione Europea. E’ opportuno ricordare che l’islam politico turco moderato ha avuto un legame costitutivo con un maestro sufi, loshaykh  Mehmet Zahid Kotku (1897-1980) della moschea İskanderpaşa di Istanbul, affiliata ad uno dei rami della Naqshbandiya, a sua volta la maggiore confraternita  sufi mondiale. Fra i suoi allievi, seguaci di un’interpretazione dell’islam come elemento di modernizzazione soprattutto economica spiccano tre primi ministri: Turgut Özal, Necmettin Erbakan, che poi si è allontanato dalla confraternita per adottare posizioni rigidamente fondamentaliste, ed Erdoğan. L’AKP si è posto in un’ottica di integrazione e non di rottura con il passato. Fondamentale, in questo senso, è il processo di re-interpretazione dell’opera di Atatürk; infatti tra le novità della svolta che Erdoğan ha impresso all’islam politico turco dopo l’11 settembre 2001 vi è anche il tentativo di recuperare in una sintesi nazionale elementi dell’eredità di Atatürk, distinguendo fra giacobinismo e secolarismo, e tra “kemalismo” ed “atatürkismo”. Erdoğan sostiene che il secolarismo è accettabile come mezzo per portare la Turchia verso la modernità e l’Europa, ma non lo è in quanto un fine in sé, e questa sarebbe la visione del giacobinismo. Quindi una Turchia che, nel suo orizzonte politico, recupera l’islam ma che, allo stesso tempo, accoglie l’eredità kemalista scevra della sua radicalità.